Scrivere significa sperimentare la solitudine delle parole.

Avevo degli amici. Mi svegliavo al mattino e c’erano. Alcuni li sentivo appena sveglio, tra una risciacquata al viso e un maglione che non si faceva trovare. A volte erano loro a chiamare, altre volte li anticipavo io: “Allora, hai finito o stai ancora in mutande? Questo caffè? Passi tu o passo io?” Era il secondo caffè della giornata ed era anche il secondo dei tre che mi ero imposto di prendere. Solo tre, per non esagerare.

Il problema più grande, in quei brevi ma graditi incontri, era scegliere il bar dove andare a prendere questo benedetto caffè; un bar abbastanza lontano da permetterci di scambiare quattro chiacchere nel tragitto; era quello il vero divertimento, parlare del tempo, del lavoro, di qualche idea strampalata che avrebbe potuto arricchirci. Così, tra amici, per tenerci vivi e bambini ancora per un giorno.

Erano gli amici che mi erano rimasti. Aver visto sfiorire il gelsomino così tante volte che neppure te le ricordi, ti dà delle prerogative. Una è quella di avere pochi amici e tanti ricordi.

Avevo anche un’idea del mondo piuttosto semplice: c’erano le persone che amavo, che stimavo o che proprio non sopportavo. Quella gente era il mio mondo. Semplice, no? E poi c’era tutto il resto, la massa enorme di persone che non conoscevo e che immaginavo soltanto. Erano quelle che mi incuriosivano, che scandagliavo e cercavo, classificandole subito dopo tra quelle che amavo, che stimavo o che odiavo. Facile, no? Politica, filosofia, letteratura, musica, pittura; non c’era espressione umana che non finisse per ricondurmi alle mie tre, rassicuranti, categorie.

Alcune delle persone che amavo o che stimavo se ne andavano lentamente, si perdevano nei vicoli tortuosi di discussioni accese, delle litigate furiose o, semplicemente, svanivano lungo le autostrade della noia. E’ un cassetto nascosto, tra i tanti che mi porto dietro. Un cassetto che apro sempre più spesso, e che ritrovo sempre più pieno. Vecchie foto, antiche lacrime versate e mai asciugate, sorrisi ancora dolorosi, volti di un’epoca lontana o di ieri, cianfrusaglie della nostalgia. Sempre più spesso trovo anche lampi penosi di tragedie obliate, grida e parole di pietra, volti duri o distrutti. Scappate non so come da un altro cassetto che non voglio aprire. Fuggite, non so esattamente come ma fuggite a rifugiarsi qui, tra i ricordi e i rimpianti sgualciti. Me li trovo davanti all’improvviso, inaspettati, quei volti, quei dolori vissuti fin troppo, e resto lì, come un bambino che abbia visto qualcosa di meraviglioso, impalato e incapace di articolare un semplice movimento della bocca, degli occhi. Resto lì a guardare i fotogrammi perduti di quel film da quattro soldi che sono i miei giorni.

Quando ritorno, cerco uno specchio. Ho bisogno di essere sicuro: sì, sono io. A tornare sono stato io, non quell’altro. E’ uguale a me, l’altro, ma ha gli occhi cattivi. E, per un attimo soltanto, sono felice.

Credevo che avrei vissuto così gli anni a venire, tra la fioritura del gelsomino e un amico che se ne va, leggendo i miei libri, scrivendo, amando la donna della mia vita. Certezze; in fondo, tutti le cerchiamo. Certezze alle quali aggrapparmi, come il sole che sorge e mi fa sentire vivo ancora per un giorno, come la luna amante e amica dei miei pensieri. Cose così.

Quand’è stato che tutto è cambiato? Non so. Certo non è stato il virus, no, quello ha solo smascherato il nostro vero volto. E’ stato prima. Ma a che serve saperlo? Le cose sono cambiate, ormai. Eppure io sono la stessa persona di sempre. Cosa è accaduto, allora? Mi chiedo se anche gli altri siano le stesse persone di sempre. Sì. Solo che ora tutto è immerso in una grande luce che illumina le vecchie ombre, i lati nascosti, che svela gli inganni e le rughe della mente. Non c’è posto per l’ipocrisia dell’essere civili. Siamo nudi.

E’ così che il teatro dei miei rapporti è crollato, lasciando pupi e maschere e costumi nella polvere; maschere un tempo sorridenti e ora orribilmente sfregiate, specchi magici infranti sul pavimento del tempo che passa. Più niente. In quest’aria satura di polvere restano solo macerie, pensieri come giocattoli rotti, ormai inservibili. Il mio mondo nuovo è un immenso deserto nel quale si muovono solitarie, lontane figure. Volti troppo spesso sconosciuti, troppo pochi quelli conosciuti e amati. Posso, con certezza, affermare che non ho capito niente della vita e delle persone. I miei eroi erano cani di paglia, i miei amici erano ombre cinesi. Il bene, il male. Tutto sbagliato! Tutto rovesciato! Mi ritrovo solo, a guardare il nulla intorno a me. Pochissime certezze, la vita, come varietà e meraviglia. Poi più nulla. E allora cerco, come cerca, nella terra d’inverno un po’ di cibo, un gatto randagio; io cerco qualcuno come me. Devo ricominciare daccapo, ma c’è tempo. Domani è lontano da venire.

Devo scrivere, sento questo bisogno, anche se non servirà a nessuno, anche se non sarà mai niente. Lo faccio perché sento che mi fa bene. Le mie parole, che la gola, ormai stremata, non vuole più dire, restano qui, su questo foglio virtuale, caratteri mai stampati, affidati al caso, come al mare. E aspetto una voce, un saluto lontano che mi faccia battere il cuore , tanto più gradito quanto più solitario. Il mio cuore desidera un abbraccio, ora che un abbraccio è la peste. Un abbraccio sincero.

Il vecchio mondo è lì, a cantare le canzoni di un natale in cui nessuno crede, ad annegare nella paura. E’ un mondo già morto, popolato di morti che ancora non sanno di esserlo, che gridano, schiumano di rabbia additando tremanti chi non ha il segno della bestia sul muso. Per un attimo ho esitato. Per un attimo ho sentito il calore delle cose conosciute, la loro sicurezza. Perché non lasciarmi andare?

Poi mi chiudo quel mondo alle spalle. Mi chiudo dietro tutto quello conoscevo e non riconosco.

In questo deserto, sono felice. E’ il deserto degli uomini liberi. Deserto per definizione. E’ raro incontrare qualcuno, ma quando accade è meraviglioso. Qui, per la prima volta, ho la esatta percezione del mio essere. Ora mi è dolorosamente chiaro: cos’è la dignità, il significato delle parole abusate, l’esempio dei miei amici randagi. Ora è tutto davanti ai miei occhi. Ora tutto ha un sapore diverso. I miei libri! Mai li ho amati come ora. Non sono solo. Non ho paura.

Io non sono nato servo. Io sono un Uomo libero.