I’m telling you why Santa Claus is coming to town

paesaggio pugliese

You better watch out! You better not cry. Better not pout, I’m telling you why Santa Claus is coming to town“.

Frank Sinatra sussurrava quella canzone d’oltremare dagli altoparlanti dello stereo, a basso volume, giusto il necessario per coprire il rumore del motore. Faceva freddo, era il 23 di dicembre da quasi un’ora, ormai. I fari dell’utilitaria illuminavano la litoranea, che a quell’ora di notte era completamente deserta e si rivelava, morbida e sinuosa, come una creatura fantastica, sotto un cielo di stelle e una luna di diamante. Non fosse stato per il vento pungente di tramontana, poteva essere anche la notte di ferragosto. La Fiat Uno 45 si dimenava, felice di inseguire i saliscendi di curve e rettilinei che da Otranto portano a Santa Maria di Leuca; le bocchette d’aerazione si stavano impegnando a svolgere il loro compito soffiando aria calda nell’abitacolo. Dai finestrini chiusi, Maria guardava il mare, sdraiata sul sedile posteriore, e giocava coi pensieri: adesso pensava a Frank Sinatra, poi all’America, oltre quel mare. Oltre quei milioni di tonnellate d’acqua nera come la pece, c’era il sole in America. Non era quella la direzione giusta, si diceva con uno scampolo di coscienza non ancora sopito. Non era quella la direzione. “Ma poi, che mi importa“, pensava lasciandosi cullare dal ritmo ipnotico delle curve, “che importa? La terra è rotonda, no? E quindi l’America è anche di qua, solo un po’ più lontana che di là“. Chissà che ora era in America! Immaginava di passeggiare lungo quei grandi boulevard, immaginava un Natale pieno di regali in America, immersa in uno sfolgorìo di luci, mentre Frank Sinatra le sussurrava:

he sees you when you’re sleeping, he knows when you’re awake, he knows if you’ve been bad or good, so be good for goodness sake“.

Maria era una bella ragazza di ventiquattro anni, coi capelli corti e neri, e gli occhi azzurri e una voce bassa, calda e sensuale. Viveva a Tricase, a quel tempo. E forse ci vive ancora. Tricase era la città, la meta per tutto il Capo di Leuca; a Tricase c’erano i negozi, gli uffici, i palazzi. A Tricase c’era l’ospedale. La campagna cominciava fuori, oltre il cartello di arrivederci. E lì cominciava la sfilza dei paesini. A Tricase c’erano le luci di Natale a chili sparse per le vie, c’era il centro storico coi palazzi antichi e le chiese, tante chiese. A Tricase c’era Piazza Pisanelli. Non si può andare a Tricase senza visitare Piazza Pisanelli perché è così bella che una volta passò da lì un grande regista e disse che quella piazza era una bomboniera. E da quel giorno, gli affitti salirono alle stelle. A Tricase scendevano tutti i giovani dai paesini del Capo di Leuca; scendevano o salivano, a seconda del punto di vista ma, qualunque saliscendi facessero, andavano a riempire i locali alla moda dai nomi improponibili. C’era movimento nei giorni di festa, a Tricase, la città del Capo di Leuca. Le cose, in fondo, non cambiano mai troppo. Maria Aveva conosciuto Andrea e Sofia qualche anno prima ed erano diventati subito amici. Soprattutto lei e Sofia, si erano capite subito; tra ragazze non capita spesso ma quando succede è bello. Frequentavano la stessa palestra e si vedevano almeno tre volte alla settimana, dalle sette alle nove di sera. Dopo uscivano insieme a bere una birra, a mangiare qualcosa. Parlavano di ragazzi, di ragazze, del futuro e di sé. Stavano bene insieme e ben presto divennero inseparabili. Maria cambiava fidanzato come cambiava i vestiti, e sempre per lo stesso motivo: la gelosia. Uomini gelosi della sua indipendenza, del suo legame con Sofia ma, soprattutto, di quello con Andrea; non sopportavano quell’intima confidenza, il loro capirsi con uno sguardo e tutto il resto. Ed erano scenate. E lei, puntualmente, alla fine della scenata, li mollava. Su due piedi, senza ripensamenti.

Sul sedile anteriore disteso, Sofia dormiva. Aveva bevuto un cocktail di troppo, forse due, forse tre. Anche Sofia era una splendida ragazza bruna. I suoi capelli ondulati e l’ovale del viso avevano un non so che di rinascimentale e i suoi occhi neri erano profondi come il mare che la circondava, quella notte. Sofia dormiva tranquilla sul suo sedile e forse sognava.

You better watch out, you better not cry, you better not pout, I’m telling you why, Santa Claus is coming to town“.

Se Andrea fosse entrato nei suoi pensieri, avrebbe saputo che Sofia sognava un uomo. Lo aveva conosciuto qualche mese prima, al mare. Quella volta era sola; era scesa da Castro al Porto di Tricase per fare una passeggiata e scaricare i nervi, in un pomeriggio un po’ troppo caldo e solitario. Aveva litigato con Andrea. L’uomo stava ormeggiando il suo yacht, un cabinato per la pesca d’altura. Era ancora giovane per i suoi quarant’anni, abbronzato. Non era uno schianto ma quel pomeriggio a Sofia non importava, aveva bisogno di non pensare alla rabbia. Avevano fatto un giro in mare, un giro breve, così, per conoscersi, senza allontanarsi dalla vista dei tavoli del bar del porto, ed erano subito tornati. Lui le aveva parlato senza malizia, con dolcezza. A lei era bastato. C’erano stati altri incontri, e segreti sempre più grandi e difficili da nascondere. Andrea non chiedeva e non sospettava. Non gli importava, forse. Un giorno, l’uomo le aveva chiesto di sposarlo.

He’s making a list, he’s checking it twice, he’s going to find out who’s naughty and nice, Santa Claus is coming to town“.

Quella notte, di ritorno da una festa a Torre Sant’Andrea, Sofia stava sognando un’altra vita. Si svegliò all’improvviso, di cattivo umore. “Non siamo ancora arrivati?” chiese, quando si accorse di essere ancora imprigionata in quel piano di realtà che le procurava un’angoscia incontrollabile.

Come sarebbe a dire? Stavo andando piano per non svegliarti; ci vorrà ancora una mezz’ora buona“, le rispose Andrea, urtato dal suo tono freddo.

Continua ad andare piano che è pieno di curve“, si intromise Maria, “e tu riposati, Fofi, che sei ubriaca e poi domani è un altro giorno“.

Non mi chiamare Fofi, lo sai che non mi piace“, fece in tempo a rispondere Sofia e tornò nel suo sogno. Andrea non la stava ascoltando. Domani lo avrebbe lasciato. Povero Andrea. “Ma quale povero Andrea”! Per un attimo solo, quel pensiero la sfiorò ma lei lo cacciò con un movimento brusco e un mugolìo imbronciato che, ad Andrea, che la stava guardando, rubò un sorriso di tenerezza.

Sei stanco?” gli chiese Maria, e si avvicinò per quanto era possibile.

No, anzi. Guarda che spettacolo. Sembra la notte delle favole, vero?” Le rispose Andrea e si voltò per un attimo a guardarla con un’ombra di inquietudine; gli capitava sempre, quando guardava Maria così da vicino. Un fremito gli passò attraverso gli occhi, e lei lo afferrò.

È vero, è una notte bellissima. Mi piacerebbe fermarmi alla Palascìa, a guardare il mare“, gli disse guardandolo dritto negli occhi. Poi si rivolse a Sofia: “Fofi, ti va se ci fermiamo un po’ alla Palascìa? È una notte così bella che sarebbe un peccato non farlo“.

Io non scendo, ho freddo. Andate voi, non c’è problema” biascicò Sofia da un’altra realtà. “Mi raccomando…” disse con una finta gelosia appena accennata.

Non ti preoccupare, tesoro, faccio sesso sfrenato solo al caldo” rispose Maria con una punta di malizia nella voce che fece sorridere Sofia.

Punta Palascìa è un incanto nell’incanto: la vecchia torre di guardia medievale ha lasciato il posto al faro ma il luogo non ha perso la sua bellezza di avamposto solitario a strapiombo su un orizzonte infinito. È il punto più ad oriente e da lassù si scorge la prima alba. Quella notte, la Palascìa era davanti a loro, immobile e luminosa. Il faro non era visibile dalla strada, ma loro sapevano che c’era, giù a strapiombo su quel mare. “Fermati qui. Guardate che meraviglia. Io scendo. Venite“, fece Maria.

Vai con lei, quella è capace di perdersi o di cadere, al buio, sugli scogli. Non fate tardi“, disse Sofia ad Andrea e si accomodò il cappotto e la sciarpa per riprendere il suo sonno.

Andrea scese dall’auto e si guardò attorno. Di là dalla strada c’era la discesa che porta al faro e, oltre, il mare nero e profondo che lui amava tanto. Mentre attraversava la strada deserta, però, non pensava al mare, né a Sofia che dormiva in macchina, né a quella luna di diamante; non pensava a niente che non fosse Maria. “Aspettami“, disse ad alta voce.

La luna si era spostata solo un po’ verso ponente. Le stelle erano ancora tutte lì, come un enorme filo di luci di natale, disteso a coprire oriente e occidente; anche il mare era immobile. Dov’erano i pastori? E la grotta? Sofia era sveglia e nervosa. L’assenza di Andrea la indisponeva. Sospettava della sua debolezza e conosceva l’effetto che Maria aveva sugli uomini, tutti gli uomini. Certo, a lei, ormai, non importava più che Andrea potesse tradirla. Per un attimo pensò che, anzi, questo avrebbe reso più facile il loro distacco e capì che la sua gelosia non era per Andrea: non le andava giù l’idea che la sua migliore amica potesse tradire la sua fiducia. Guardò l’orologio.

Ti sei svegliata, finalmente. Scendi, è una notte bellissima!” le sorrise Maria materializzandosi nel buio.

Manco morta” le rispose Sofia, “fa freddo. Metti in moto e andiamocene” e guardò Andrea cercando di scoprire nel suo viso il marchio del tradimento. “Ma chi se ne frega? Domani lo lascio” si disse subito dopo, e sistemò il sedile dell’auto. La piccola utilitaria riprese la sua tranquilla passeggiata notturna e, per un po’, tutti furono presi dalla bellezza del paesaggio che li circondava e dai propri pensieri.

Allora, con Danilo, com’è andata a finire, che ancora non me lo hai detto?“, fece Sofia per interrompere il silenzio.

L’ho lasciato, prima di salire in macchina. Ti ricordi quando mi avete chiamata, nel parcheggio?” disse Maria ad Andrea. “Mi aveva proprio scocciato! Ma lo sapete che ieri sera è venuto a prendermi a casa e, appena prima di uscire, mi ha rovinato tutto il trucco, solo perché credeva che saresti venuto anche tu?

Io? Ma se non ci siamo neanche visti, ieri” reagì Andrea, lasciando trasparire un certo compiacimento.

Come sarebbe a dire che ti ha rovinato il trucco? Ti ha messo le mani addosso?si allarmò Sofia.E cosa c’entra Andrea?

Risposta numero 1: mi ha strofinato la faccia con le mani fino a rovinarmi il trucco” confermò Maria.

Un pazzo!“. Sofia si stava scaldando all’idea che un pinco pallino avesse messo le mani addosso a Maria.

Risposta numero 2: Andrea non c’entra ma Danilo, come tutti quanti i miei ex, è gelosissimo di lui. E anche di te, Fofi“.

Ma perché credeva che ieri sera ci saremmo visti?” si intromise Andrea.

E’ vero“, ammise Sofia, “ieri noi siamo stati al Gallone con Rosanna e suo marito. Come gli è venuta in mente una cosa del genere?

Glielo avevo fatto credere io, per provocarlo. Non sopportavo più l’idea di dovermi nascondere per abbracciare Andrea o per dirgli una cosa all’orecchio“, sorrise Maria e accarezzò la testa di Andrea.

Se vuoi te lo regalo, sai?” disse, un po’ troppo sinceramente, Sofia. Poi si accorse del velo di tristezza che era sceso negli occhi di Andrea e, istintivamente, lo baciò. “Che diavolo sto facendo?” pensò tra sé e sé, vergognandosi della propria freddezza. Fortunatamente, né Maria, né Andrea sembravano aver indovinato i suoi pensieri. “Forse Andrea“, pensò. “No, sicuramente Maria. È impossibile che Maria non abbia capito“. Passò almeno mezz’ora, secondo i calcoli di Sofia, prima che Maria le rispondesse: “no, grazie cara. Finirebbe per farmi le scenate anche lui. Invece, così è un cavaliere perfetto“.

Sei contorta” disse Andrea, rivolgendo tutta la sua attenzione ad una civetta che aveva appena incrociato il loro cammino, “costo poco, anzi niente, e faccio sesso sfrenato solo due volte al giorno“.

Al caldo o al freddo?” rise Maria fingendo di vagliare la proposta.

Al caldo, al caldo. Sia d’inverno che d’estate” si affrettò a specificare Andrea.

Pubblicità fasulla, Dongiovanni da strapazzo“, rise Sofia. “Però è vero: sei contorta. Che bisogno avevi di provocare Danilo facendogli credere che saremmo venuti anche noi?

La notte era per i tre amici l’unica dimensione reale. Tutto era possibile e il mondo era lontano, perso tra le curve di quella litoranea. E chiacchierarono come fanno i veri amici per tutto il tempo rimasto. A guardarli da fuori, fuori dal finestrino, lontano da lassù, dalla luna o ancora più su, dalle stelle, sembravano felici; sembravano quello che dicevano di essere: tre amici, oppure due fidanzati e un’amica, o viceversa, o semplicemente tre amanti. Sembravano felici, e sinceri.

Ho troppo sonno, Andrea. Lasciate prima me a casa e poi accompagna tu Maria a Tricase. Tanto fa freddo e lei fa sesso sfrenato solo al caldo“. Sofia interruppe un breve silenzio che era la parte finale di una allegra risata.

E io che pensavo di offrirvi un ultimo bicchiere di qualsiasi cosa“, le sussurrò Maria dispiaciuta. “Allora deve proprio finire, questa bella serata! Peccato.” Erano arrivati già a Castro.

Buonanotte” disse Sofia, rivolgendosi a nessuno di particolare, quando la macchina si fermò. Uscì in fretta dall’auto e si diresse verso la porta di casa. Andrea le corse dietro, la fermò e le diede un bacio. Lei non rispose al suo affetto, si limitò ad accarezzargli il viso ed entrò in casa. Lui si rimise in macchina e cercò di sorridere a Maria che lo stava guardando, seria. Dallo stereo acceso, ora gocciolavano le note e la  voce di Mina.

Non voglio ballare, c’è solo mezza luna stanotte, niente può accadere, persino lontano da niente succede qualcosa ma non qui. Mi serve qualcuno che pensi a me come si pensa a una sposa, allora portami a casa, dov’eravamo rimasti…

Maria sorrideva dolce, e cantava insieme a Mina, provando a cullare il dolore che indovinava dentro Andrea. Con quelle due solitudini a bordo, l’auto attraversò solitaria i saliscendi che dall’abitato portano a Castro Marina e deviò per prendere la provinciale che li avrebbe portati ad Andrano e infine a Tricase. In quel momento, Andrea avvertì una strana sensazione fin dentro le ossa, una sensazione sgradevole di angoscia, come se quella notte fosse la fine di qualcosa.

C’è una luna turchese diamante stanotte che può spezzarmi il cuore, tu con le tue mani, io con i miei occhi, con la mia bocca, tornando a casa, aiutiamoci a ricominciare. Vestita come una signora solo per farmi amare, ma non sono sicura che non sia tardi, stanotte, per tutti e due

Non riusciva a capire bene i dettagli di quella sensazione ma una certezza si stava facendo largo nella sua mente: qualcosa era finito irrimediabilmente nel momento in cui aveva deviato dalla litoranea. Iniziò ad osservare le luci: erano fredde e lontane. Anche le strade erano diventate dure e ostili. La luna aveva preferito nascondersi in una nuvola. “Da dove è saltata fuori quella nuvola?” riuscì a pensare prima di avvertire un nodo alla gola e una gran voglia di piangere. Poi pensò alla Palascìa, a Maria, seduta accanto a lui nella Uno, che cantava tristi parole d’amore, al suo respiro caldo e al battito forte del suo cuore. Quel pensiero gli tenne compagnia per tutto il resto del tempo e gli risparmiò lo spettacolo desolante dei paesi salentini a quell’ora di notte. Con difficoltà, cercava di concentrarsi sulla strada. Lei lo guardava ancora, aprendo davanti a lui un varco nello spazio e nel tempo, dal quale la piccola Uno 45 uscì riluttante. “Maledizione, siamo già quasi arrivati” disse, fingendo un’allegria che stentava ad emergere sul suo viso. “Non è colpa mia se tu corri sempre quando non devi” gli sussurrò all’orecchio Maria, e Andrea arrossì di nuovo. “Fermati qui“, e gli indicò un sentiero alberato e un boschetto di querce alla loro sinistra.

La provinciale che attraversa Andrano e arriva a Tricase è un lungo rettilineo di saliscendi che non ha mai conosciuto il traffico di una città. Alle due di notte, era più simile ad un sentiero verso il nulla che ad una moderna strada di collegamento. Una civetta stava planando dolcemente, seguendo il nastro nero dell’asfalto sotto la luna, a pochi metri da un viottolo alberato che si inoltrava nel boschetto di querce, proprio mentre un’auto solitaria spegneva i suoi fari nel nulla.

La luna era bassa ormai sull’occidente e preannunciava la fine indesiderata di una notte incantevole. Il mare si stava lentamente increspando. Niente di rilevante, solo una leggera increspatura, appena percepibile da un occhio che lo avesse visto quella stessa notte, piatto e immobile, riflesso negli occhi di Maria, alla Palascìa. Una brezza si stava lentamente alzando e dall’Albania portava un vento gelido in una notte gelida e meravigliosa. Andrea guardava quello spettacolo come se lo vedesse per la prima volta. Il suo pensiero era lontano, oltre quel mare nero, oltre le luci lontane di Castro. Lontano da tutto, lontano da Sofia. Sofia non lo amava, questo gli era chiaro. Non ne soffriva, e questo lo meravigliava. Non riusciva a ricordare gli anni trascorsi insieme, non riusciva a concentrare la memoria. Non riusciva a togliersi dalla mente Maria. Ma neppure così era felice. Sentiva che c’era qualcosa di sbagliato in quella notte, cercava di pensare a cosa potesse essere e si sforzava di essere presente a sé stesso, ma era costante il pensiero del corpo di Maria. Si concentrò sulla strada. Aveva ripreso la litoranea da Tricase verso Castro; non era la strada più breve ma non voleva tornare subito a casa. Improvvisamente, quel nastro sinuoso che costeggiava il mare e si snodava morbido e lucido davanti a lui gli sembrò il corpo di Maria, iniziò a distinguerne, nei saliscendi, la linea dei fianchi e, lentamente, gli tornò il desiderio di accarezzare quel corpo. “Maria“, si ripeteva, ripensando a quel frutto rubato e dolcissimo di cui era certo di non poter più fare a meno. Il desiderio si accese e Andrea iniziò a schiacciare sull’acceleratore costringendo la piccola utilitaria a gridare di rabbia e di dolore.

Andrea guidava bene. Correva spesso, di notte, da solo, sulla litoranea. Questo era il suo segreto più segreto, così privato e intimo che non lo aveva confidato a nessuno. Lui e la sua Uno 45 sfrecciavano a notte fonda, lungo la litoranea da Leuca a Otranto, a volte per brevi tratti, altre volte percorrendola a tutta velocità, gareggiando con i grandi uccelli notturni che spalancavano le loro grandi ali e li accompagnavano, così vicini da potersi guardare negli occhi. Erano come Paperinik e la sua 313, o come Diabolik e la Jaguar E-type: complici e dannati, si fidavano ciecamente l’uno dell’altra ed erano pronti a rischiare la pelle o le ossa per un brivido di adrenalina. Quella notte correvano per lasciarsi alle spalle la realtà, l’angoscia che accompagnava Andrea e che non voleva lasciarlo; correvano per raggiungere quella piccola luce verde, sull’ultima punta visibile di scoglio. “Pazienza se oggi non ci riusciremo“, gli tornarono all’improvviso le parole di quel libro, “domani. Domani correremo più forte“. Quale libro era? Non riusciva a fermare i pensieri che gli giravano frenetici nella testa. Sofia, Maria, Maria, Sofia. E poi Francesca, e Roberta. Tutti quei volti si confondevano per poi riapparire chiari e meravigliosi. Ma era il volto di Maria a fermarsi davanti ai suoi occhi. E chi era, Andrea? Riusciva ad avere coscienza di sé, della sua esistenza? Gli era sbocciato, fresco e intrigante, il dubbio di non essere altro che una specie di inganno, lui, Andrea. Era un pensiero così chiaro e definito che gli fece quasi male. Quale parte della sua coscienza si era accorta che erano quasi all’ingresso di Andrano Marina? Quale archivio, nel suo cervello, registrò che il rapporto distanza-curva-velocità era spaventosamente alterato? “Dettagli” rispondeva da un’altra stanza la sua coscienza. “Tutto è relativo. Anche il rapporto curva-velocità”. Non è forse vero che il tempo esiste esclusivamente come relatività? Il dolore ha forse la stessa durata del piacere?” pensava Andrea, cercando la risposta alla sua angoscia.

La piccola 313 urlò di rabbia quando il nastro d’asfalto raggiunse un’angolazione innaturale, scartando improvvisamente a sinistra e rivelando lo strapiombo oltre il guard-rail. Se qualcuno avesse percorso la strada litoranea la notte di quel 23 dicembre, alle 03.48, avrebbe visto una Uno 45 arrivare troppo veloce sulla curva e perdere il controllo, a poche centinaia di metri dall’abitato di Andrano Marina; l’avrebbe vista scartare più volte e finire in testa coda contro il guard-rail; l’avrebbe vista volare via, su in alto per un istante, e poi ricadere nello strapiombo di roccia, giù nel nero della notte, giù verso il mare.

In fondo, tutto è sbagliato.” Andrea non riusciva a capire la provenienza di quell’odore di gomma bruciata. Era un pensiero come un altro, e lo lasciò andare. “Prendi questa notte. Se ci penso adesso, credo che sia stata meravigliosa, ma non è così. Sofia è lontana, ed è colpa mia. Non dovrebbe stare con me. Io non ho niente da offrirle. Credo che voglia lasciarmi. Anche Maria finirà come Sofia, con l’odiarmi. Dovrei mettere ordine nella mia vita, prendermi le mie responsabilità.” Si meravigliò di come, senza alcuno sforzo, la sua coscienza registrasse dettagli della realtà che lui non riusciva a focalizzare. Ad esempio, il silenzio. S’era fatto improvvisamente silenzio ma questa era una cosa decisamente possibile in quella notte assurda. L’angoscia che lo accompagnava da ore era scomparsa, ed anche questo era stato registrato in un angolo remoto del sé, e la luna lo stava guardando dal basso, mentre un dolce profumo d’erba entrava nell’abitacolo. Sentì un colpo violento alla testa e in un istante la realtà gli piombò addosso. L’utilitaria spiccò il volo verso il cielo, come se volesse raggiungere le stelle, sempre più lontane. Dettagli.

Andrea stava sciogliendo i nodi della sua esistenza, sentiva di essere vicino ad una soluzione. “C’è ancora un dettaglio da mettere a posto” si disse, provando di nuovo a concentrarsi. Che ci faceva la luna sottosopra? Accarezzò il volante. “Meglio così, amica mia” pensò, e si addormentò, sicuro che il tempo scorresse al contrario, da una fine verso un inizio, e che l’errore consisteva nel seguire la direzione sbagliata. Gli venne improvvisamente voglia di dirlo a Maria; allora richiamò dalla memoria quel volto, e si meravigliò di non riuscire più a ricordarlo.