Il ministero dell’Amore

Guardo fuori le nuvole grigie che coprono il cielo. Il sole è un punto un po’ più luminoso dietro questa cappa opprimente. Sono fortunato, perché la porta della casa dove abito adesso dà su un piccolo giardino, con tre alberi da frutta e poche piante, che la padrona di casa cura e accudisce amorevolmente, in uno spazio non più grande di trenta metri quadrati. Si tratta di un giardino sopraelevato, rispetto al piano della strada e della casa, più alto di circa un metro, racchiuso da un muretto basso, intonacato a calce. Di fronte a me, a meno di due metri, ci sono i quattro scalini, vezzosamente impreziositi da decori floreali di ceramica, che permettono l’ingresso al giardino. Il tocco finale è un gelsomino, che fa da siepe e che si innalza, a mo’ di corona, a segnare e abbellire il cancello d’ingresso in ferro battuto. Quando è fiorito, in primavera, si riempie di piccoli fiori bianchi e profumatissimi. Un angolo del paradiso. Sono fortunato, il giardino mi nasconde ai passanti, alle auto che scendono o risalgono incessantemente, ad ogni ora, lungo il grande viale che collega la periferia al centro della città. Sono fortunato, nessuno mi vede mentre me ne sto qui, a guardare il piccolo mandarino così pieno di frutti, tondi e colorati nel fogliame verde acceso. Passo il mio tempo libero così, soprattutto le ore della notte fonda, quando il mondo estraneo dorme il sonno dei giusti. Passo, o meglio dovrei dire “fermo” il mio tempo guardando lo spicchio di cielo nero sopra di me, illuminato da una luna sempre mia, a volte una lama tagliente, a volte piena e tonda come una dea primordiale. Guardo la luna, guardo il cielo e il giardino incantato di fronte, e mi chiedo a cosa serva tanta meravigliosa bellezza, e cosa sia. La realtà oggettiva corrisponde alla verità, o c’è qualcosa di più, che riesco a vedere solo quando non ho paura, quando i battiti del mio cuore rallentano e mi pervade una calma dolce, e smetto di guardarmi indietro? Tutte le risposte che ho avuto finora non mi hanno convinto, ognuna di esse lascia un vuoto non risolto. Intanto guardo la luce della luna che filtra tra le foglie del mandarino, qui a due passi da me e sento un nodo alla gola. Mi perdo nei pensieri, li lascio andare, è troppo difficile e faticoso, tenerli a bada. Resto incantato e non so perché, o meglio lo so: si tratta di una paramnesia, un’allucinazione della mia memoria, così mi ha spiegato la dottoressa che mi cura, perché io sono malato, sono pazzo, anche se, nella clinica dove vado una volta alla settimana, nessuno utilizza quella parola. Ma questo non cambia la realtà, io sono pazzo. La mia dottoressa dice che la fantasia dà luogo a ricordi di situazioni che, in realtà, non ho mai vissuto. In pratica, sono falsi ricordi deliranti. Eppure sembrano così veri, ad esempio, avete presente i coni rovesciati con le luci stroboscopiche, quei piccoli oggetti che nella settimana della Grande Offerta Amazonatale, si mettono in casa, con tutte le lucine accese e interagiscono con il Sistema Centralizzato di Distribuzione Globale, per cui tutto ciò che chiediamo ci viene addebitato sulla nostra Carta Punti Credito Sociale e recapitato, entro ventiquattro ore, in un bellissimo pacco regale rosso-cola profumato al mughetto e con un bigliettino di auguri personalizzato del Presidente in persona? Ecco, a me, quei semplici coni verdi con le lucine e la stella in cima, ecco, non saprei come dirlo senza sembrare ridicolo, a me sembra di averli già visti in un passato remoto, ma più grandi, e soprattutto non erano coni di polipropilene, ma dei veri e propri alberelli. È come se io ricordassi qualcosa che, lo so per certo, non è mai esistita. E ci sono anch’io in questi ricordi, sono sempre un bambino, e sono felice perché quei pacchi dai grandi fiocchi, sotto quel grande albero pieno di luci e palline colorate, sono tutti per me, sono oggetti che io desidero ardentemente e che qualcuno ha acquistato. Credo che si chiamassero regali. So perfettamente che non è mai esistito qualcosa del genere, sarebbe semplicemente assurdo che qualcuno comprasse un regalo, quando il Sistema Centralizzato di Distribuzione Globale conosce i nostri desideri e li soddisfa all’istante, addebitandone il costo sulla nostra Carta Punti Credito Sociale. E poi, non si può comprare qualcosa autonomamente, i Punti del Credito Sociale sono, da sempre, l’unica forma di scambio legale e sono gestiti direttamente dal Sistema Centralizzato di Distribuzione Globale, e vengono erogati, o scalati, in base alla qualità sociale dei nostri comportamenti.

Vedete? So benissimo di essere pazzo, me ne rendo conto. Eppure, quando penso quelle cose, quando vedo quelle immagini, nella mia testa, sono felice. La felicità è un’emozione? Io non lo so, perché non ne ho mai provate, le emozioni sono bandite da sempre, perché ci distolgono dai compiti che ci sono assegnati. È così, lo so, perché quando vedo quelle immagini, e sono felice, io non penso più a niente, non vorrei tornare in questo presente, vorrei restare per sempre nella mia follia.

E poi, accade un’altra cosa che non so spiegare: quando ho queste allucinazioni deliranti, improvvisamente, mi assale una tristezza senza fine, e vorrei che qualcuno mi abbracciasse. Assurdo, perché gli abbracci, così come qualsiasi altra forma di contatto interpersonale, sono banditi da sempre, per ordine del Ministero dell’Amore, a causa dei rischi per la nostra salute organica. Eppure, in quei momenti, io vorrei tanto che qualcuno mi abbracciasse, vorrei sentire di non essere solo in questo mondo. Depressione bipolare, è così che si chiama. Mi sto curando, ce la metto tutta: prendo dei farmaci antipsicotici di seconda generazione e sono fortunato, perché le seconde generazioni sono sempre migliori delle prime generazioni, più potenti, più efficaci.  Spero di guarire, un giorno, il mio Credito Sociale non è mai stato di grande livello, appena sufficiente a sopravvivere, come la stragrande maggioranza delle persone. Sono un semplice impiegato della sotto sezione archivista dell’Ufficio Anagrafe del Ministero dell’amore, vivo in una stanza di questa casa, sul viale principale che collega la periferia alla Città. Di notte guardo fuori dalla finestra il giardino illuminato dalla luna e, prima o poi, quando troverò il coraggio di farlo, uscirò, fuori all’aria aperta, a camminare. Vorrei tanto che qualcuno mi abbracciasse, per non sentirmi solo. E poi vorrei morire, perché non guarirò mai, lo so già, ma senza le mie allucinazioni non saprei più dove andare.