L’orizzonte oltre le cime degli alberi

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Ogni sera si fa sera. Ogni tramonto segue un’alba e ne precede un’altra, sempre rossi di fuoco l’uno e l’altra e sempre uguali se non per la posizione: di fronte, di spalle. Est, ovest. Mi giro ed è tramonto, mi rigiro ed è sempre un tramonto, oracolo di un futuro che è già passato. L’attesa, ecco, l’attesa è la condizione naturale dell’esistenza: Beckett non è teatro dell’assurdo, è teatro della vita. In mezzo, il niente. Non tutti sono d’accordo con l’idea della nullità della vita. Li vedo, si affannano a cercarle un senso, un fine ultimo capace di riscattare i giorni sempre uguali, pulsioni sempre meschine: scopare, mangiare, cagare, dormire. I sentimenti sono un’invenzione utile per i pomeriggi di noia. Allora si scopre che l’anima è relazione, o almeno questo si dovrebbe scoprire, se accettiamo l’idea che abbiamo un’anima. All’ora del tè è bello citare che l’uomo è il prodotto delle proprie relazioni. Nulla di ciò che accade nell’uomo si spiega in questo modo, ma è un modo intelligente per trascorre del tempo.

Ogni sera si fa sera. Le persone cambiano, io cambio. Penso queste cose, io. Non ho molto da fare, sono slegato, quasi trasparente. Di giorno non ci penso, mi lascio prendere nel flusso della vita. Cammino, faccio cose, vedo gente e mi sembra che il cuore pulsante della città sia anche il mio. Il cuore pulsante! Guardo le persone lungo i viali, al mattino, quando il passo è svelto e nervoso. Corrono. Sono presi nella frenesia del fare, del dover fare assolutamente qualcosa per giustificare il loro respiro, lo spazio che occupano sul marciapiede, per giustificare la propria vita. Non hanno volto, niente di loro mi colpisce se non il fatto che niente mi colpisce. Bestie da soma, ma non è un’offesa, è un destino comune e penoso . Tirano la carretta. Alcuni bene, altri male come me. Alcuni fanno soldi, biglietti di carta straccia per i quali sono disposti a mentire, sputare il muco delle loro invettive sulla faccia di qualcuno, conosciuto o sconosciuto che sia, senza mai chiedersi il senso di quell’inutile veleno. Bisogna tirare la carretta. Semplicemente. Li guardo, li invidio? Non ho il tempo per trovare una risposta, io mi limito a guardare. Il sole, di giorno appiattisce le ombre, siamo tutti uguali nella nostra folle corsa, senza un fine, semplici mezzi senza un fine. Come i dadi lanciati a caso. Ma i dadi li puoi mettere da parte, riprendere e lanciare e rilanciare e rimettere via. L’uomo deve correre sempre, deve essere lanciato in continuazione, non fermarsi mai, non può restare senza marcire.

Cosa sono se non un insieme di umori, organi e budella? Cosa sono i miei pensieri se non il risultato più o meno consapevole della mia digestione? Se restassi in un posto per più del tempo previsto, non inizierei a marcire insieme ai miei pensieri, merda che produco giornalmente e che devo necessariamente smaltire? Lasciatemi in un posto il tempo sufficiente e inizierò a scontrarmi, come i dadi lanciati a caso, con altri me, a creare le condizioni perché nasca e attecchisca il seme del rancore, del disprezzo, del dolore che mi spinge a riprendere la corsa, per fuggire. Un posto  vale l’altro, dategli solo il tempo di dimostrarvelo. Ovunque siamo sempre noi, uomini e donne, marci e rancorosi in proporzione diretta alla quantità di profumo che cerca di nascondere il puzzo dentro. Tutti a tirare la carretta, la nostra, personale carretta. Come la croce. La nostra croce.

Di sera no. Di sera le ombre si allungano e allora mi nascondo. Non ho un’ombra, io sono quasi trasparente, come la mia vita, immagine di vita, non vita. Di sera sono vulnerabile: non guardate me, guardate la mia ombra sul muro. Ma fortunatamente nessuno guarda le ombre. Di sera le persone cambiano, i passi sono più lenti, anche i sorrisi, più sguaiati, forse stanchi. Di sera è sempre una recita, una carretta diversa da tirare, quella di Narciso. Affermare sé a qualunque costo, affermare sé stessi e la propria croce, sopra a tutte le altre croci e a tutti gli altri sé in cerca di affermazione.

La croce. Anche la sofferenza è narcisista. Il nostro dolore supera qualunque altro dolore conosciuto, e dobbiamo sputarlo addosso agli altri, per non soccombere al loro, di dolore. Il dolore è il nostro rancore preferito, è puzza di piscio ed escrementi, disinfettante e sangue, paura e alito pesante come le bestemmie e le menzogne. Questo è l’uomo, in fin dei conti. Non c’è filosofia, non c’è poesia né un fine che valga la pena. C’è solo una carretta da tirare. E paura.

 Non mi faccio illusioni, sono un illuso. Lo so e mi va bene. La vita che vivo è semplice illusione, imitazione della vita degli altri. Cerco di imitarli per capire cosa si prova ad avere una carretta da tirare, grande o piccola che sia. Non ne ho ricavato grandi risposte ma mi fa passare il tempo. E allora mi invento un passato da ricordare. Il futuro no, non è per me.

Ogni sera si fa sera. In quel frammento di esistenza in cui il tempo rallenta fino a fermarsi sul pianerottolo del tramonto, anche i miei pensieri smettono di giocare a confondere il cervello e crollano al suolo della mia mente, sbriciolandosi in decine di milioni di miliardi di schegge, a volte in mille rivoli contorti, a volte rimbalzando come biglie, perdendosi tra gli scaffali e le offerte speciali dei miei ricordi, in attesa che qualcuno li ritrovi. Come le biglie.

Giocavo bene, a biglie, da ragazzino. Sia detto senza falsa modestia, avevo una mira infallibile. Anche al pallone giocavo bene, così bene che mi toccava giocare sempre con i più grandi, oppure facevamo le sfide due contro cinque. Robe così, per dire quanto ero bravo. C’era un campetto dietro casa mia, uno dei tanti di quei tempi: ce n’era uno dietro casa mia, me ne ricordo un altro lungo la ferrovia, non tanto lontano ma che era occupato dai ragazzi di un altro quartiere. Perché era così che funzionava, a quei tempi: c’erano le bande, e ogni banda aveva il suo campetto. Ce n’era un altro dopo il passaggio a livello, ma quello era per i grandi, quelli che avevano la ragazza. In quel campetto facevano motocross, ma con le biciclette. Noi non potevamo andarci, nessuna banda poteva entrare nel territorio di un’altra e giocare nel suo campetto. Significava guerra.

La prima volta che ho fatto a pugni è stato per una partita di pallone rubata nel campetto lungo la ferrovia. Me la ricordo ancora. Aveva piovuto, il giorno prima. Il nostro campo era inagibile secondo quel gran cornuto dell’arbitro. L’arbitro, in una banda, è un mestiere gramo, senza soddisfazioni, tranne che in certe occasioni. E quella volta era un’occasione. Ci è venuta la fregola di giocare a tutti i costi e così, pallone in mano, abbiamo iniziato a muoverci con circospezione. In branco. Un branco di mocciosi. Il campo lungo la ferrovia era deserto e, per la verità altrettanto bagnato, disse l’arbitro, ma a noi non fregava più niente. Era deserto. Era nostro. Così ci sembrava, sembrava male. Finì otto per noi e cinque per loro ma solo perché tra di noi mancava Giuseppe, il gigante, che era dovuto andare in campagna col padre. Il padre non scherzava. L’ho visto Giuseppe, il gigante, qualche volta zoppicare con la faccia gonfia e gli occhi lucidi. All’epoca, l’educazione passava anche dalla cinghia dei pantaloni. Otto feriti a cinque. Ci hanno presi per il culo per settimane, quelli dell’altra banda, fino ad un’altra rissa. E per un mese nessuno di noi ha potuto passare per il viale della ferrovia. Era il pegno del vincitore, l’onta che avremmo lavato, appena tornato Giuseppe. Io me la sono cavata con onore, un ginocchio sanguinante e un ronzio dentro l’orecchio, colpa di un pugno volante. Ma non mi ha fatto male quanto la vergogna. Sono cose che non si dimenticano.

C’è sempre questo momento, tutte volte che il sole sta per lasciarmi. È come se il peso di vivere mi diventasse all’improvviso insopportabile, senza un motivo, senza una spiegazione. Mi prende una malinconia inquieta, e allora cerco un posto dove rintanarmi. Da sempre è così. Allora, col tempo ho imparato a stare da solo, quando arriva la malinconia. Da giovane ho anche provato a condividere quei momenti con una donna, ma era sempre una donna diversa. La condivisione richiede costanza. E poi, alle donne non piace stare in silenzio, e questo è un problema perché condividere significa tacere. È impossibile farlo a parole, le parole dice Pirandello servono a non capirsi. Io quando parlo ho sempre l’impressione di non essere capito.”

Mi piace essere lirico nei miei deliri. Non sento più la puzza insopportabile di morte di chi tira la carretta per avere un giorno una casa a cui tornare, per chiudersi la porta alle spalle e, nel chiuso della propria intimità, iniziare a marcire.