MIAO. parte prima

E’ l’ora.

Fuori è notte fonda, manca poco alla mezzanotte. Mi vesto in fretta, roba comoda, come mi ha detto; la tuta da jogging andrà benissimo, è pure nera. Anche la maglietta che metto è nera, come pure le mie scarpe da runner. Prendo la torcia della mountain bike e la metto in tasca per ogni evenienza, io non ci vedo bene al buio. Vado in bagno a sciacquarmi la faccia con l’acqua fredda, per scacciare via il sonno rimasto. Sono eccitato. Apro la porta finestra. Esco.

Il giardino è illuminato da una luna piena di dimensioni gigantesche, esagerate. Mi fermo incantato a guardarla, riesco a vedere ogni sua ombra in maniera nitida, mi pare quasi di poterla toccare con un dito. Non lo faccio, mi sentirei ridicolo, ma la tentazione è forte. Lo faccio, allungo la mano e sento il calore della sua luce, luce di luna, sul mio braccio. Mi attrae, qualcosa di irresistibile mi spinge a guardarla. Riesco a distogliere lo sguardo e osservo la realtà intorno a me. E’ incredibile, è lo stesso giardino di tutti i giorni, l’ho guardato e ho spazzato via le foglie secche proprio qualche ora fa. Lo conosco centimetro per centimetro, del resto è facile, sono meno di trenta metri quadrati, tre alberi da frutta e qualche pianta ornamentale. E allora, cosa c’è di diverso? Perché mi sembra tutto nuovo, misterioso? Sarà la suggestione, mi dico, però mi muovo con cautela, come gli ho visto fare tante volte.

Adesso capisco! Prima, quando lo vedevo muoversi guardingo tra le piante, mi veniva da ridere. Adesso no, capisco che lui vedeva quello che vedo io in questo momento, qualcosa oltre l’apparenza, come se una realtà selvaggia, invitante e pericolosa allo stesso tempo si fosse sovrapposta a quella conosciuta e rassicurante, quasi banale, di tutti i miei giorni. Ci penso e arrivo alla conclusione che, attraversando la porta finestra del giardino, ho attraversato un’altra porta, che mi ha spostato. Dove? Che tempo è questo nuovo? Non ho paura, lui mi ha avvisato che sarebbe successo.

Ormai è l’ora. Lo cerco.

Lui mi aspetta accanto al vaso dei gerani, vicino al cancelletto. Mi osserva da lì, invisibile e nero, immobile come una statua. Mi ha detto di allenarmi molto per questa cosa dello stare fermo, è importante per quello che dovremo fare questa notte. Io ci tengo a fare bella figura, ho provato e riprovato tutto, strisciare pancia a terra mi viene anche bene, però questa cosa dello stare fermo per tanto tempo, proprio no, mi viene sempre un prurito da qualche parte. Speriamo bene. Lui mi guarda negli occhi e sembra leggere i miei pensieri. Muove la coda, non è una buona cosa, si è accorto che non sono preparato. Provo a spiegargli che ho fatto tutto quello che mi ha chiesto, quasi tutto. Non gliene frega molto: o fai o non fai, le spiegazioni tienitele per te. Cominciamo bene, ma sono fiducioso.

Si va.

Prendiamo dal muretto interno del giardino, sul cornicione fino all’orto in fondo alla via. Tutto l’isolato. Cinquecento metri. Pancia a terra fino al confine con il cimitero in fondo: qui c’è un cane, un grosso meticcio, ma dorme in casa. Allora, perché devo strisciare pancia a terra? Lui mi guarda, giurerei che sta ridendo. I gatti sono così, delle gran teste di cazzo. A volte. Lo seguo mentre corre come un fulmine tra la verdura dell’orto. Di tanto in tanto rallenta, lo fa per me, facendo finta di niente, per non farmelo pesare. Mentre ansimo, cercando di tenergli dietro, mi rendo conto di quanto sono ridicolo, con la mia tuta e le mie scarpe da runner. Non ho mai pensato di essere un grande atleta, ma credevo di essere in forma. Da giovane, per tanti anni, ho praticato arti marziali, ero bravo nelle capovolte, nei salti e nei calci con rotazione in volo. E invece ansimo come un asmatico, incapace di slanciarmi oltre gli ostacoli come se la gravità non esistesse, e di atterrare immobile, pronto a scattare di nuovo. E siamo solo all’inizio.

Io non sono uno di quei fanatici dei gattini sui social, a me non piacciono quelle cazzate tutte coccole e fiocchettini. A me i gatti piacciono liberi, amo quelli che miagolano alla luna e che mi tengono sveglio quando c’è la stagione degli amori. Ne ho conosciuti tanti che ho imparato a capirli. Un po’. Anche una mia vicina di casa ha un gatto, ma è un gatto finto, uno di quelli che fuori di casa non resisterebbe un minuto, tutto bocconcini in salsa, talco profumato e shampoo a secco. Vogliamo parlare del cuscino antiallergico per dormire? No, noi siamo un’altra cosa, randagi e veri, anche sporchi e a volte maleodoranti. Senza “a volte”. Però siamo liberi e selvaggi.

Siamo? Mi guarda strano, non so se mi compatisce o ride sotto i baffi. Sta di fatto che questa cosa che riesce a capire quello che penso mi infastidisce. Cioè, mi entusiasma, ma mi infastidisce un po’, perché io, invece, non riesco a capire cosa pensa lui. Lo guardo, cercando di guardarlo come mi guarda lui quando mi guarda. Lo so, è un po’ contorto, però considerate che sto cercando di pensare mentre corro dietro ad un gatto adulto che corre di notte sotto la luna piena in un orto in mezzo alla verdura e alle piante: non è facile. Lo guardo come fa lui, dicevo, e cerco di assumere la stessa aria di intensa indagine endoscopica, provando a collegare i nostri pensieri, ma niente! Un foglio bianco, un muro, il nulla. Mi insegnerà, prima o poi. Spero.

Io voglio diventare un gatto.

Ne ho parlato con lui una sera, qualche mese fa. Gliel’ho accennato così, come per caso, mentre mangiavamo insieme qualcosa in giardino, di notte. Ci incontriamo sempre così: quando tutti dormono, io esco, cercando di non fare rumore; un po’ come fanno i gatti, insomma. Mi assicuro di non svegliare nessuno, questa è una delle regole. Se qualcuno si sveglia, lui se ne va. Credo che la mia compagna l’abbia capito. Lei è molto più vicina di me ad essere un gatto, ma non le interessa diventarlo. Per me, invece, è diventata un’ossessione. Però penso proprio che abbia capito, e faccia finta di dormire. Conosce le regole, credo. Altrimenti non saprei come spiegarmelo. Le regole sono poche ma ferree: segreto, silenzio, coraggio.

I nostri incontri non possono che essere segreti. E questo vale a maggior ragione da quando sono in prova. Gli ho detto che voglio essere un gatto. Lui non ha fatto una piega, ha continuato a mangiare i suoi avanzi di pesce come se niente fosse. Mi ha parlato di una gatta che vive a un paio di isolati, di quella volta che ha sfregiato l’occhio destro ad un cane corso e di quando è riuscito a salvarsi da un rottweiler solo per l’intervento di due umani amici dei gatti, altrimenti sarebbe stata la fine.

Gli ho chiesto di raccontarmi bene quella storia.

Una notte era rimasto intrappolato nel vialetto di una casa isolata, in periferia, e l’unica via di fuga, che poi era la stessa via che aveva utilizzato per entrare, era chiusa da una cesta che era caduta proprio lì davanti, ostruendola. Lui era entrato perché, dal muretto vicino, aveva adocchiato un piatto di teste di gamberoni, piatto notoriamente amato dai gatti. Era una trappola? Chissà! Era rimasto a lungo, secondo le regole, immobile, a fiutare ogni possibile pericolo. Aveva analizzato le vie di ingresso e di fuga, i tempi di percorrenza. Oddio, a voler essere proprio fiscali, il muretto aveva una sola possibilità di essere scalato, da dentro il vialetto, e quella possibilità era abbastanza traballante. Ma il profumo di quei gamberoni era lì, invitante e promettente. I minuti passavano e tutto taceva.

Lui sapeva di quel buco nella rete, ed era sceso, guardingo, silenzioso e invisibile, come sempre. Aveva iniziato a mangiare quella prelibatezza con tutto il gusto necessario quando, per chissà quale motivo, una cesta per la biancheria, messa maldestramente in cima ad una pila di altre ceste, era caduta, facendo un gran baccano e bloccando quell’unica via di fuga. Il destino? Il vento? Lui dice la sfiga. Il rumore aveva svegliato il cane che dormiva dall’altro lato del cortile. Demone si chiama quel cane.

Demone si era svegliato per il baccano e aveva prima teso le orecchie, poi aveva sentito la presenza di qualcuno, un gatto, il suo odore inconfondibile. Ed era scattato. Lui, il gatto, aveva capito subito che non c’era niente da fare, scappare era impossibile e anche la pila di ceste era crollata, rendendo impossibile arrampicarsi per scavalcare il muretto. Si stava preparando ad una lotta epica e probabilmente mortale, quando accadde.

Due ragazzi stavano lì, in piedi sul cornicione, comparsi dal nulla e senza una ragione plausibile se non quella di essere stati mandati lì per salvarlo, e infatti gridavano, agitando le braccia, cercando di intimorire il cane o di svegliare qualcuno della casa. Poi, approfittando dell’attimo di disorientamento di Demone, saltarono nel piccolo vialetto. Io non avrei mai avuto quel coraggio. Uno dei due aveva qualcosa in mano, dal racconto del gatto credo fosse una grossa torcia perché mandava una luce accecante e intermittente, e la puntava in faccia al cane, mentre l’altro cercava di prendere il gatto in braccio e portarlo via. Pensate che sia facile prendere in braccio un gatto terrorizzato e scavalcare un muretto alto? Provateci! Per fortuna di tutti, a quel punto, qualcuno si svegliò, nella casa. E’ finita bene. Io non ci sarei riuscito.

Conosco quei due ragazzi, li ho visti qualche volta in giro. Non li ho mai considerati nulla di più che due ragazzi qualunque. Ora, però, li guardo con rispetto e vorrei essergli amico e dirgli “grazie”. Ma vorrei anche chiedergli che diavolo ci facevano quella notte, su quel muretto.

Così parlavamo quella sera, io e il gatto. Io gli raccontavo le mie storie, cercando di renderle più interessanti di quanto non fossero state nella realtà. Parlavamo e mangiavamo. Poi, all’improvviso, lui fece la faccia seria, mi guardò fisso negli occhi e disse, così, senza dargli troppa importanza, che un modo c’era, per diventare un uomo-gatto, giacché trasformarmi in un gatto era cosa pressoché impossibile. Che c’erano stati altri casi, disse, ma che alcuni di quei casi non si erano rivelati proprio un successo. Mi disse che essere un uomo-gatto significava possedere i sensi di un gatto e la mente di un uomo. Ma non era una cosa da prendere con leggerezza: vivere da uomo “sentendo” come un gatto poteva anche essere una maledizione terribile, e per motivi abbastanza evidenti, mi disse. Poi lesse sul mio volto che quei motivi non dovevano essermi del tutto chiari, e che io già fantasticavo di diventare una specie di x-man dai poteri incredibili e dal fascino travolgente e dannato. Si leccò i baffi, mi diede un buffetto con la testa e se ne andò. Per quella sera era andata così. Colpa mia.