Gloria

E se ti chiedessi di baciarmi?

Quelle parole riempivano il suo cervello, gonfiandosi ed esplodendo per poi ricominciare daccapo a gonfiarsi e ad esplodere. Andrea non riusciva a credere a quello che era successo. Cos’era successo? Cercava di ricordare i dettagli, convincersi di non aver sognato, per meglio fermare nella memoria quei momenti.

Erano le nove quando Gloria gli aveva telefonato. Gloria era la ragazza di Luca. Gloria e Luca, una bella coppia. Li aveva conosciuti da poco, si erano iscritti al suo stesso corso di arti marziali da un paio di mesi, o forse erano sei? Comunque, per un po’ tra loro non c’era stato niente di diverso dai soliti “come stai? Tutto bene? Bella giornata” Insomma, convenevoli, buttati lì a mezza voce, senza aspettare una risposta. Poi, un giorno, Luca non era potuto venire e Gloria, dopo l’allenamento, si era fermata a provare alcune tecniche allo specchio. Era accaduto tutto all’improvviso, il dolore, forse una disattenzione, un movimento sbagliato, il grido, il pianto. Gloria si era contorta un po’ per terra e poi si era rialzata lentamente e si era rifugiata, zoppicando, nello spogliatoio. Ad Andrea era parso logico andare da lei. Un rapido controllo, niente di serio, solo uno stiramento, un abbraccio, una parola di conforto:

Sono un’imbranata.

Ma no, che dici? Capita a tutti di cadere. Sapessi io…

Tu sei bravo, io invece non riesco a fare le cose più semplici.

Guarda che niente è semplice. Stai andando benissimo, invece.

E poi lo vedo come ridete di me, della mia goffaggine.

Questo non è vero. Qui nessuno ride di nessuno, perché tutti siamo passati dalla stessa difficoltà, abbiamo conosciuto quel senso di impotenza; è normale quando si impara. Se tu mi avessi visto, agli inizi! non riuscivo a stare in piedi. Tu sì, che avresti riso. —

Non ci credo ma grazie lo stesso. Tu sei bravo, lo so perché ti vedo. Però sei gentile a dirmi queste cose.

Qui non puoi barare, il corpo non può fingere di saper fare una cosa se non la sa fare, e ci vuole tempo per imparare.

Sì, però io mi sono fatta male e non è importato niente a nessuno! E se mi fossi rotta un piede?

Degli altri non posso dire ma, come vedi, a me importa. —

 L’aveva guardata negli occhi e le aveva sorriso, per rassicurarla. Grazie, gli aveva detto mentre lui la teneva ancora tra le braccia. Ed era finita lì. Sofia, però, non era stata molto contenta del gesto galante di Andrea: una gatta morta, l’aveva definita.

Da quella sera, erano usciti insieme qualche volta, tutti e quattro, a volte tutti e sei oppure tutti e otto, ed era stato piacevole. Luca era simpatico e conosceva un sacco di posti nei quali passare serate indimenticabili o semplicemente un paio d’ore in pace; conosceva i barman e loro conoscevano lui, si salutavano e subito c’era un tavolo e un brandy, o un rum, o un whisky, o una pizza che si materializzava all’improvviso. Ad Andrea piaceva guardare le facce degli altri avventori, gustarne l’invidia per quel trattamento. Poi si vergognava per quel peccato infantile, ma non poteva farci niente, gli piaceva sentirsi un po’ più in su della gente comune, anche se poi il merito non era il suo. Anzi, proprio il fatto che quel trattamento non fosse dovuto a qualcosa che lo riguardasse personalmente, lo faceva sentire libero dal peccato, emendato da ogni senso di colpa e gli faceva gustare quel frutto proibito così come Eva aveva gustato la sua mela.

Luca era giovane, più giovane di Andrea, pure se di un anno soltanto, ma era l’unico del gruppo che avesse un lavoro vero, un buon lavoro: era l’erede di una piccola fabbrica di materiali plastici. Diciamo che all’epoca dei fatti si stava facendo ancora le ossa: negli ultimi tre mesi era stato a lavorare nel magazzino, e prima si era cimentato con il reparto stampaggi, e ancora prima aveva tentennato in contabilità. Fra tre mesi avrebbe fatto pratica in amministrazione, nell’ufficio ordini; insomma, il suo destino era quello dell’imprenditore di successo ma, per tre volte alla settimana, il martedì, giovedì e sabato, dalle sette alle nove si divertiva come qualunque scavezzacollo a tirare calci ad un sacco e poi, fino a mezzanotte, o fino a quando il sonno non lo vinceva, parlava del futuro coi suoi amici, magari davanti ad una birra o ad una pizza.

Secondo Andrea, Luca era un ragazzo a posto. Era fidanzato con Gloria da circa cinque anni, ossia da sempre, almeno secondo la concezione che di “sempre” aveva Sofia; Gloria era la figlia più piccola del Comandante del Porto di Gallipoli. Aveva ventidue anni e riuniva in sé due caratteristiche fondamentali: la bellezza e la femminilità. Era bella, con due occhi da cerbiatta-volpe, neri e profondi, due labbra “mordimi e saprai“, una zazzera corta blu oltremare, un viso dolce e un sorriso disarmante. Ogni suo gesto, il suo incedere, il suo modo di sorridere come una bambina, la rendevano terribilmente infantile e fragile e, allo stesso tempo, irresistibile dominatrice. Gloria, più che ad una gatta morta, secondo la definizione di Sofia e di tutte le altre ragazze della palestra, somigliava ad una pantera, uno di quegli animali femmina che riescono, senza il minimo sforzo, ad ammaliare gli uomini, risvegliando in loro l’antico, e a volte sopito, istinto del maschio e, altrettanto facilmente, ad allontanare le donne, tutte, o almeno tutte quelle con un fidanzato la cui età fosse compresa tra i 18 e i 75 anni. Probabilmente, tutte fiutavano il pericolo perché conoscevano, per trasmissione genetica, la semplice meccanica di un maschio. Per questo motivo non aveva molte amiche, Gloria.

Secondo la classificazione dell’universo femminile fatta da Andrea, Gloria apparteneva di diritto alla categoria delle ragazze inchioda semafori. Era, infatti, il semaforo, l’elemento arbitro in grado di definire la differenza tra una semplice bella ragazza e una come Gloria.

Secondo il suo teorema, tuttora inconfutato e frutto dell’osservazione e della catalogazione di decine di casi, basta appostarsi nei pressi di un semaforo, non uno qualsiasi, un semaforo che sia centrale rispetto all’intersezione delle arterie principali del traffico; non è importante che si tratti di una città o di un piccolo paesino come Castro, ciò che conta è la posizione e l’orario, che deve essere quello di maggior traffico, l’ora di punta, quello spazio temporale in cui  le auto di chi fa velocemente ritorno a casa per il pranzo, dopo aver lasciato l’ufficio o la fabbrica, contando i minuti a disposizione, si mescolano come le carte di un mazzo, con le auto di quelli che, con la calma di chi intende gustarsi il momento, escono di casa, stereo a palla e auto appena lavata, per fare lo struscio all’uscita della scuola, nella speranza di catturare un esemplare femmina e avere finalmente qualcosa da raccontare agli amici, oppure per accompagnare fino a casa quello già catturato, magari con una leggera deviazione verso il mare per un rapido controllo di qualità; e tutto questo si confonde con le auto delle mamme che corrono a recuperare i propri figli da scuola oppure, in ritardo sul pranzo, escono disperate per fare gli ultimi acquisti necessari per il pasto dei familiari.

È in questo groviglio di clacson e santi richiamati dal loro olimpo, in questo ribollire primordiale del brodo umano, dopo aver atteso pazientemente che il semaforo diventi verde per le auto, che la nostra candidata attraversa l’incrocio, lento pede, secondo l’asse di maggiore lunghezza. Perché lo fa? Secondo Andrea, è l’istinto. Sin dalla nascita, una bella ragazza tende ad affermare la propria supremazia, prima sulle sorelle, poi sulla madre, poi sulle amiche, sul vicinato, sulle compagne di classe, ed infine, al culmine della propria bellezza, sente prepotente il bisogno di confrontarsi con il semaforo. Ella sa che la prova è rischiosa e che il rischio è quello di vedersi sconfitta pubblicamente, e ciò è peggio della morte. Ma che farci? Per cosa, altrimenti, Dio le ha donato la grazia della bellezza? È per un semplice capriccio che le sue amiche hanno versato lacrime di invidia?

Nei momenti che precedono la prova, quando il suo sguardo si fissa su quel parallelepipedo di acciaio, nella spasmodica attesa che il suo grande occhio diventi verde, mentre il cuore inizia a battere forte, sempre più forte, ella comprende perché i salmoni risalgono la corrente del fiume pur sapendo che al termine della loro fatica li attende la morte; comprende che c’è qualcosa di più grande della ragione, ed è il desiderio incontrollato e incontrollabile, l’istinto dionisiaco per il piacere che la spinge a realizzare il proprio destino, ad estendere la propria supremazia, a guardare il mondo come lo guarda una Dea, oppure a cadere nella polvere, scomparire nel limbo in bianco e nero delle ragazze banalmente belle. Il passo, quando giunge il momento, è deciso ma lento, come a sfidare una belva che attende guardinga.

Ella attraversa, lo sguardo dritto davanti a sé, in quella tecnica teatrale detta della “terza sospensiva” che gli attori imparano ma che per lei è bagaglio naturale, e mentre passa, attende. Se il traffico rallenta, con qualche strombazzata di clacson e diverse occhiate interessate alla concorrente, siamo in presenza di una bella ragazza. Non v’è dubbio: è la morte, la fine del sogno, la caduta, un destino segnato. Se, invece, il traffico non accenna a ripartire, a causa del distacco, all’interno del lobo cerebrale del guidatore-cavia, del collegamento nervoso occhio-cervello-piede, che genera la momentanea paralisi degli arti inferiori e superiori nel maschio, e nelle altre donne il rispetto dovuto ad un essere che gli è superiore, allora si realizza il sogno, l’universo intero rende omaggio alla nascita di una Dea.

Gloria era la terza rappresentante di questa categoria che Andrea avesse conosciuto, ma fragile, lo era per davvero, di una fragilità autodistruttiva e distruttrice che Luca, il suo fidanzato, a malapena riusciva a controllare. Si potrebbe dire che fosse come una bambina alla quale la natura avesse dato in dono, del tutto avventatamente, un’arma carica e dal potere devastante. Lei, nel frattempo, faceva del suo meglio per farsi accettare. Erano un gruppo di amici, giovani e, per quanto possibile, uniti. Così avrebbe detto chiunque li avesse visti in uno di quei sabato sera, seduti al tavolo di una trattoria o di una birreria, o chissà dove, intenti a ridere e a fantasticare, ognuno con le sue debolezze, le sue piccole miserie, i propri grandi sogni e tanta voglia di vivere.

Erano le nove del mattino, quando Gloria gli aveva telefonato.

Ciao, dormivi?

A quest’ora? Scherzi? Stavo leggendo qualcosa.

Ti disturbo?

Per niente, dimmi tutto. Sono a tua disposizione. —

Che gentile che sei. Senti, ti ho chiamato perché vorrei comprare un regalo per Luca, oggi è il suo compleanno…

Veramente? Che bello! Allora, stasera festeggiamo!

Naturale! Però fai finta che io non ti abbia detto niente.

E perché?

— Perché ti chiamerà lui. Adesso no, perché sta lavorando, lo farà durante la pausa pranzo.

Va bene. Intanto, devo dirlo a Sofia, così gli prendiamo anche noi un pensierino.

Non è necessario, davvero.

E invece se lo merita.

E va bene, allora. Però adesso pensa a me. Devo fargli un regalo ma non ho la più pallida idea di cosa prendere. Mia sorella mi ha suggerito un cardigan, o qualcosa del genere, del tipo abbigliamento. Per andare sul sicuro. E per comprarlo, dovrei andare a Tricase  ma sono a piedi e non saprei dove andare.

Ho capito. Se vuoi, passo a prenderti e ce ne andiamo a Tricase, in giro per negozi. Così mi distraggo un po’ dallo studio e compio la mia buona azione quotidiana.

Allora, ti aspetto?

Il tempo di arrivare. A tra poco.

Era una giornata calda. Fuori, il forno aveva già raggiunto la sua temperatura ottimale e i pochi che si avventuravano, a piedi, lungo le strade di Castro, erano miseri pezzi di carne messa a cuocere, lentamente, sciogliendo nella brace il grasso in abbondanti sudate. La poca voglia di studiare era completamente svanita dopo quella telefonata. Gli piaceva, Gloria, era simpatica. C’era anche dell’altro, naturalmente. Davanti allo specchio, prima di entrare nella doccia, Andrea tirava sempre fuori la verità: si sentiva lusingato; Gloria pendeva dalle sue labbra, letteralmente. Da quella sera dell’incidente, in palestra, era come se si fosse aggrappata a lui. e non riusciva a capire perché. Era giovane e bella, fidanzata con un ragazzo che lui giudicava brillante, eppure lo guardava in quel modo! Guardava lui, Andrea, come un naufrago guarda un pezzo di legno un attimo prima di abbandonarsi all’abisso. Si chiedeva quali profondità nascondessero quegli occhi, quali dolori aspettassero, dietro quel sorriso disarmante, di venire alla luce e gridare. Perché Gloria non era felice, questo era assodato, almeno secondo Andrea. E a lui dispiaceva, sinceramente. Aveva anche provato a parlarne con Sofia, un paio di volte ma lei aveva subito troncato il discorso.

A Sofia non piaceva Gloria. Gloria e Luca, passi, gli era sembrato di intuire, Gloria no. Questa consapevolezza gli procurava solo un vago senso di imbarazzo; sapeva che Sofia non avrebbe preso bene l’idea che “quella lì” se ne andasse in giro, da sola, con il suo Andrea. Si sentiva come un bambino che sta per rubare la cioccolata, col cuore che batte forte, le mani sudate ma nessuna voglia di tornare indietro, pronto a negare tutto, anche l’evidenza, fino alla morte. Ad ogni modo, Gloria era la fidanzata di un caro amico, Luca, e con gli amici non si fanno cazzate. Era un punto sul quale aveva sempre insistito, quando gli capitava di parlare di donne. Era fatto così. E poi, era innamorato di Sofia, lo sapevano tutti, lo sapeva Gloria, lo sapeva Luca, e lo sapeva anche lui. Forte di questa risoluzione, Andrea si era fatto la doccia, aveva indossato un jeans pulito, una camicia fondo nero con collo coreano e stampe di piccoli fiori colorati, e un paio di mocassini blu con para bianca, del genere crociera nei caraibi. Il tocco dell’artista erano i tre pouf di un profumo che si faceva spedire da un laboratorio di Napoli e che gli costava una buona parte dei suoi risparmi. Andrea era molto attento ai dettagli: adorava gli accessori, soprattutto quelli costosi; non si vedeva bello, ma aveva capito che non era quello che contava, con le donne. Del resto, Sofia non si era innamorata di lui perché era bello.

Da Castro ad Alessano c’erano appena, o addirittura, a seconda delle occasioni, venti minuti di macchina alle dieci di un qualsiasi mattino di giugno e mentre percorreva la litoranea che da Castro porta a Tricase Porto, per poi salire al paese e da lì andare ad Alessano, Andrea parlava, come faceva sempre.

Parlava da solo, si domandava e si rispondeva, giungeva perfino a litigare, alcune volte che, proprio, non voleva capire, ma più spesso immaginava discussioni interminabili con i personaggi dei suoi libri più amati. Per lui, era un’abitudine e non si curava del fatto che la gente potesse vederlo gesticolare o infervorarsi al volante come se, accanto, ci fosse davvero qualcuno. E loro, quei personaggi, gli rispondevano come si fa con un amico, lo iniziavano ai segreti della loro arte e lo consigliavano. Venivano a trovarlo a caso, gli si presentavano davanti senza chiedere permesso; facevano tutti così ma, più di tutti, era uno spagnolo, Don Alonso Quijano, a sorprenderlo con la sua follìa, e lui aveva imparato ad amarlo sopra ogni altro.

Quella mattina, però, nel bel mezzo di una accesissima discussione dedicata all’etica del lavoro nell’esercizio della professione forense, e cioè se fosse o meno lecito per un avvocato mentire o alterare le prove pur di far assolvere il proprio assistito, discussione che aveva intavolato con un insigne giurista della scuola napoletana dei primi dell’ottocento, giusto un attimo prima di trovare il bandolo della matassa, tutto nella sua testa si fermò: gli si fermarono le parole, si cristallizzarono i pensieri. Si fermò il tempo e anche il ricordo di cosa stava per dire. I suoi occhi, o qualcosa all’interno del suo cervello, annotò in maniera del tutto autonoma che si trovava all’incrocio che dal Porto di Tricase porta su al paese oppure alla Marina Serra.

Era fermo dove più o meno avrebbe dovuto esserci il segnale di stop e non c’era nessun altro a vista d’occhio. Solo una vecchia Simca verde, residuo storico degli orrori del miracolo economico e memoria delle sue superstizioni infantili, si sgolava incessantemente dietro di lui, rompendo un silenzio che poteva essere quello del primo giorno dell’umanità. Di tutto questo, Andrea non si accorse, tutto venne archiviato velocemente in un angolo della sua corteccia cerebrale. Tutto il resto della propria coscienza era paralizzato dall’idea di non essere solo in macchina. Era un’idea che, nascendo, aveva eliminato, bruciato, dissolto ogni altra nella sua testa: qualcuno era lì, seduto accanto a lui, sul sedile del passeggero. Gli ci vollero alcuni istanti e il sacrificio del clacson della povera Simca verde per recuperare il controllo del proprio respiro e riuscire, con uno sforzo di volontà, a togliersi dall’incrocio e riprendere il cammino.

Ma come! — si disse, aveva sempre desiderato di avvertire una presenza, sentire di essere speciale, trovare una risposta alle domande che si faceva sul senso della vita, sui piani di realtà, sulla morte e sull’aldilà. Invidiava quelli che riuscivano a guarire il dolore con le mani, quelli che sognavano i defunti, quelli che li vedevano e gli parlavano. Per lui era un gran bel modo di essere speciale, in qualche modo estraneo alla specie “homo vulgaris” cui aveva il terrore di appartenere. Non capiva quelli che, avendo il dono, si dichiarano disperati e vi avrebbero volentieri rinunciato per una vita normale. È anche vero che Andrea faceva questi ragionamenti senza avere la minima idea di cosa fosse quel “dono”, e fondamentalmente, senza crederci per davvero: era infatti convinto che non ci fossero alternative, che la morte fosse la fine di tutto e che, anche se così non fosse, l’idea di un limbo di miliardi di anime desiderose di stabilire un contatto con l’aldiquà, non aveva alcun senso.

Era arrivato a Tricase, ormai e, dopo aver attraversato velocemente il paese, era quasi in vista di Alessano, laggiù, in fondo al lungo rettilineo che da Tiggiano lo avrebbe accompagnato da Gloria. Anche il sole, su quella lunga striscia di asfalto, venne registrato, da un neurone archivista e diligente, in un fascicolo con su scritto “condizioni meteorologiche”, assieme ad altri fascicoli riguardanti un grande cancello nero di ferro battuto e lo stato di degrado dei quindici pali per l’illuminazione pubblica che costeggiavano, a destra e sinistra, quel lungo rettilineo. Era ad Alessano. L’idea che tra qualche minuto avrebbe incontrato Gloria lo elettrizzava e anche quella spiacevole sensazione, l’assurda idea che qualcuno fosse accanto a lui in macchina, era scomparsa. Sono un cretino, pensò, pochi istanti prima di fermarsi all’ultimo incrocio che lo separava dalla casa di Gloria.

Ti sta per chiamare Luca. Digli pure che stai andando da Gloria — gli disse qualcuno dal profondo della sua coscienza e non ebbe il tempo di pensare.

Ehilà, Andrea! — la voce gli giunse improvvisa e si voltò di scatto: dall’altra parte della strada, sul marciapiede, appena fuori dal bar sull’angolo, c’era Luca che lo salutava.

Ti avrei chiamato più tardi, oggi è il mio compleanno.

Lo so.

Che ci fai da queste parti?

Mi ha chiamato Gloria e mi ha chiesto una cortesia che non posso dirti.

Hmm. Capisco.

Prendiamo un caffè?

Chiamiamo Gloria, così lo prendiamo insieme.

La casa di Gloria era a pochi metri dall’incrocio. Era una villetta vagamente pretenziosa, circondata da un basso muro intonacato oltre il quale lussureggiava un grande parco alberato e un bellissimo gazebo in pietra leccese che sembrava molto antico, ma non c’è da fidarsi della parola di Andrea sull’età dei manufatti, così come sui nomi degli alberi o di qualsiasi altra pianta o fiore. Gloria uscì subito, allegra e sorridente, felice di vederli.

Ma tu non dovresti essere al lavoro?

Sono venuto a prendere un caffè ed ho visto Andrea.

Dunque, se non avessi visto Andrea, avresti tranquillamente preso il caffè senza chiamarmi?

Avrei fatto tutto più in fretta, avrei preso il caffè e sarei tornato al lavoro.

Allora devo ringraziare Andrea se ci siamo visti.

Mi ringrazierete dopo, — si intromise a quel punto Andrea, — andiamo a prendere il caffè –.

Il bar all’angolo non era un granché ma facevano un caffè davvero ottimo. Seduti al piccolo tavolino, accanto alla grande vetrata sporca che dava sulla strada, davanti a tre cornetti e caffè, Luca parlava del lavoro e Andrea di una proposta che aveva ricevuto il giorno prima. Gloria si divertiva ad ascoltare. Ad un certo punto prese una decisione: — Tesoro, adesso io e Andrea abbiamo da fare.

Mi mandi via così?

Devo! Altrimenti si fa troppo tardi ed è la fine. —

Luca rise e abbracciò la sua fidanzata. — Ci vediamo questa sera, — disse ad Andrea e si alzò.

A Tricase, Via Roma era piena di bar e negozi, sempre più sfavillanti di ottoni e penombre a mano a mano che ci si avvicinava al centro. Andrea e Gloria gironzolavano all’interno di quel perimetro che da Piazza Pisanelli si allungava fino a Piazza Cappuccini, Gloria osservava attenta le vetrine senza una meta precisa, commentando gli oggetti esposti, sorridendo come se quella passeggiata fosse il suo più grande desiderio mai esaudito. Scelse un bellissimo maglioncino di lino intrecciato color aragosta, in uno dei negozi più belli del paese, con ben tre commesse nella categoria “belle ragazze“. Quella che li servì, li scambiò per una coppia di innamorati e sorrise gentile guardando Andrea, quando Gloria le chiese di confezionare un pacco regalo.

C’era ancora tempo prima del pranzo e, poiché nessuno dei due sembrava interessato a porre fine a quella passeggiata, ripresero il loro giro, giocando a fare i turisti.

Gloria, a volte, entrava in uno di quei negozi, ma più spesso vagava semplicemente senza una meta, felice di quella mattinata e parlava con Andrea del tempo, del suo amore per il mare, per la notte, e il perché e il per come e poi ancora di più, senza un filo logico a tenere insieme i pensieri. Una parte di Andrea le rispondeva, incuriosita e lusingata perché Gloria sembrava davvero interessata alle sue risposte, un’altra, taccuino in mano, la osservava: indossava un delizioso vestitino da giorno lillà con stampe giapponesi, certamente non molto costoso ma scelto con gusto e che sembrava fatto apposta per intonarsi col colore dei suoi capelli, e delle scarpe basse sportive. Ascoltava il suono della sua voce, il modo in cui la modulava istintivamente e come le note basse gli vibrassero fin dentro lo stomaco; la guardava camminare, fissava quell’andare dinoccolato, quasi come se danzasse una danza che solo lei era in grado di ballare in quel modo, sentiva il suo profumo quando gli era accanto, ed il bisogno improvviso, assolutamente irrefrenabile, di toccarla, sfiorarla, annusarla. Quella ragazza stava risvegliando qualcosa dentro di lui, qualcosa di cui Andrea non aveva conoscenza e che non poteva controllare. Ma di questo non si preoccupava, cercava di indovinare quale fosse il segreto, perché Gloria lo turbasse così tanto. Senza colpo ferire, lo stava annientando. — Averla accanto così, felice e sinuosa, è necessariamente una colpa, almeno per me. Che serve strombazzare la tua corazza morale, se lei semplicemente vive, e tu cadi! — aveva sentenziato, — Guardarla camminare è come vivere un’esperienza mistica, una sacerdotessa oscura e potente, e io non riesco, anzi non voglio lottare. Attraverso il suo corpo, è Dio in persona a parlarmi. —

E cosa ti dice? — La voce era tornata. Per un attimo Andrea sentì un brivido percorrergli la schiena, poi riprese il controllo.

Ma chi sei? — e la voce ricominciò: — Non era questo che volevi?

Questo cosa?

Averla accanto, tutta per te. —

Ma cosa sto pensando? Mi sta venendo un colpo di sole, sicuramente. — Andrea non riusciva ancora a capire cosa significasse quella voce. Gli era capitato spesso di parlare tra sé ma sapeva benissimo che quelle voci, che sentiva, erano una finzione, le gestiva lui, era un gioco attraverso il quale si giudicava e ragionava sulle cose, ma restava solo una finzione. Questa volta, invece, la voce aveva una propria autonomia, non dipendeva da lui, era come se, veramente, qualcuno fosse entrato nella sua testa e gli parlasse. E poi c’era la storia di Luca. Come faceva a sapere che Luca lo avrebbe chiamato?

In quel momento pensò di aver sviluppato il dono, e che quella voce fosse un’entità desiderosa di comunicare attraverso lui. Avrebbe cercato di controllarla. Nel frattempo, il caldo opprimente li aveva spinti a cercare rifugio in un caffè. Bevvero un tamarindo freddo accompagnandolo con dei tramezzini, assaggi di pasta fredda e patate dolci fritte. Nel cervello di Andrea, nel corridoio delle relazioni interpersonali, nel mezzo di uno scaffale dedicato alle curiosità, all’interno di una cartellina con su scritto “Sbadataggini”, era stato appena registrato il fatto che, alle 12.32, il cameriere aveva sbadatamente perso un paio di diottrie all’interno della scollatura misura terza coppa B del vestitino di Gloria e sorrideva, come può sorridere un animale maschio in overdose di ferormoni.

Non era questo che pensavi esattamente sei minuti fa, proprio lì, davanti a quella vetrina? — aveva ripreso quella voce. — Assurdo, non solo parlo da solo, ma mi faccio anche la morale! — Andrea cercava di mantenere il controllo della situazione.

C’è differenza tra morale e verità, non ne convieni?

Tu sei un’illusione!

Questo non cambierebbe di una virgola il fatto che tu muori dalla voglia di scopartela! —

Ho capito! Sei la mia coscienza?

Smettila con le idiozie.

E allora come fai a sapere…

Vediamo un po’ come te la cavi con questo: esattamente tra tre minuti, lei ti chiederà di baciarla. Proprio sotto quel portone. — e qualcosa nella testa di Andrea focalizzò il grande ingresso di uno dei palazzi più antichi del paese.

E secondo te, cosa dovrei fare io?

Io mangerei quel bocconcino qui, in mezzo alla folla. Ci pensi, non lo trovi eccitante?

Sì! — si stupì di dire Andrea, ad alta voce. – Sì, cosa? — gli fece eco Gloria?

Ecco, — pensò lui. — sto impazzendo. — E lasciò cadere la domanda di lei con un sorriso.

Erano quasi le dodici, tra poco il campanile avrebbe scoccato i suoi rintocchi. Doveva essere da Sofia entro mezz’ora, doveva trovare una scusa per interrompere quella passeggiata. Una scusa che facesse credere a Gloria che non era lui a volersene andare ma era un impegno improcrastinabile a dividerli. Magari, chissà, avrebbero potuto rivedersi. Per questo era importante non farle credere di voler troncare quella passeggiata, e tutto quello che poteva significare. — Ma che diavolo sto pensando? Devo solo dire: è tardi, dobbiamo tornare. È una passeggiata, una cosa pulita. E lo dirò a Sofia, perché non voglio grane, anche se so già che si arrabbierà. — Intanto si erano fermati, Gloria lo stava guardando. — Che cos’hai? Sembri turbato. È tardi, vero? ed io ti sto trattenendo senza motivo, dovrai andare da Sofia. Torniamo. — disse sorridendo. Andrea non rispose a lei ma a quella voce nella sua testa: — ho vinto io! Stiamo tornando a casa, l’ha deciso lei. E tra poco racconterò tutto a Sofia, che si arrabbierà, mi farà una scenata ma, diavolo, non combinerò guai. — Poi assunse un’aria dispiaciuta: — Ma no, figurati! Sono a tua completa disposizione. È stato bello passeggiare con te per negozi.

Sei gentile, Andrea. Grazie.

Stavano tornando alla macchina, lentamente, quando lui le prese la mano. Lei lo guardò e sorrise. Continuarono così, in silenzio. Qualcosa registrò, nel cervello di Andrea, il fatto che erano soli, incredibilmente soli, meravigliosamente soli. Il caldo era una tortura che non sentiva più, semplicemente scomparso negli occhi da cerbiatta-volpe di quella ragazza che ora gli sorrideva nell’ombra di un portone antico, ingresso di un palazzo tra i più blasonati di Tricase. Andrea si era arreso subito. Non c’era più Sofia, non ricordava chi fosse Luca, era disposto a negare sé stesso e il mondo, per l’ebbrezza di quel momento proibito. Il cuore gli batteva forte quando sentì quella voce nella sua testa dirgli: — questo è il tuo regalo di compleanno per Luca. —

Un secondo dopo, Gloria, senza più sorridere, gli disse: — E se ti chiedessi di baciarmi?