Storia di Carlo e Ivano. Prologo

Carlo è figlio del direttore della filiale della Banca Provinciale di Credito Cooperativo e Commerciale, la più antica filiale di Castro. È un ragazzotto semplice e buono, ed è amico di Andrea dai tempi delle superiori. L’Università li ha separati, Carlo a studiare Economia a Torino, Andrea a provare lettere classiche a Bari. Quando si incontrano di nuovo, sei anni dopo, Carlo si è appena laureato, Andrea ha cambiato facoltà e ora frequenta le lezioni di filosofia, ma senza troppo entusiasmo.

È una sera ancora calda. Per tutto il giorno il sole ha abbrustolito i corpi inermi dei villeggianti e, soprattutto, di quei pochi che ancora sono costretti a lavorare: è quasi Ferragosto. Andrea è seduto ad un tavolo di fronte al mare, a Tricase Porto, insieme a Sofia; stanno gustando un piatto di triglie appena pescate, il cui profumo corre lungo tutto la costa e su, fino alla strada, facendo sognare una banda di gatti di stanza nel porto. Quello che, a prima vista, sembrerebbe essere il loro capo, nero e magro, con una ferita sotto l’occhio sinistro, si è avvicinato per cercare di recuperare qualche lisca. È fortunato, Andrea e Sofia amano i gatti. Senza un motivo particolare.

“Ti ricordi del gatto di Angela?” Andrea guarda il randagio che gli si struscia ai piedi con fare da professionista navigato, sicuro di ottenere qualcosa da quell’andare avanti e indietro. Sofia lo guarda un momento, cercando di ricordare. Poi, dopo un istante, Angela e il suo gatto sono ben vivi nel suo ricordo.

“E come faccio a dimenticare quella storia! Perché me lo chiedi?”

“Mi è tornato in mente guardando questo qui. Gli somiglia, non credi?”

“Si, gli somiglia. Questo tutto mi sembra tranne che viziato. Guarda che occhi. E ci guarda come se ci conoscesse.”

Si guardano, poi, senza dare nell’occhio, ognuno prende una triglia e la poggia sotto il tavolo. “Chissà cosa pensa di noi. Bagheera gli starebbe proprio bene come nome, non credi? Sì, proprio una pantera!” sorride Andrea.

“Meglio che non ci penso.”

“Ti ricordi come era conciata Angela?”

“Poveretta, l’ha dovuto sterilizzare, dopo.”

“E che cosa hanno ottenuto sterilizzandolo?”

“Dice Angela che così si è calmato.”

“Poveretto. Non mi sembra giusto che, con tutte le sue ragioni, sia stato sterilizzato.”

“E che altra soluzione avresti trovato?”

“Non lo so.”

“Già, è facile parlare a vanvera. Non c’era altra soluzione, te lo dico io”.


Anche il gatto di Angela si chiamava Bagheera, ed era un felino piccolo piccolo e dolce dolce, come tutti i cuccioli. Angela ne era innamorata. Nei primi tempi, tutto filò liscio, il micino cresceva e faceva le fusa, giocava e si lasciava coccolare con grande soddisfazione di tutti. La casa di Angela era proprio sulla provinciale che da Castro porta a Vignacastrisi e, su quella strada, la gente passava senza troppa attenzione. Non era il primo gatto che Angela cercava di far crescere senza riuscirci: prima o poi, la fine era sempre la stessa, spiaccicato sotto una macchina. Una fine triste.

Con Bagheera, Angela aveva preso una decisione: il gatto non sarebbe uscito mai fuori dal recinto di casa, ossia fuori dall’appartamento, visto che il giardino era appena sufficiente a parcheggiarci una bicicletta e il cancello, beh, il cancello per un gatto era inesistente. E così Bagheera cresceva felice. La natura, però, presenta sempre il conto e, giunto in quella fase della vita in cui il richiamo della natura si faceva pressante, Bagheera iniziò ad essere irrequieto, col passare del tempo e degli anni, sempre più nervoso e difficile da gestire. Fino a quella sera.

Il fidanzato di Angela era venuto a prenderla per passare una serata di festa e lei, Angela, già bella, era particolarmente attraente nel suo vestitino corto viola, tacchi alti e capelli rosso Tiziano naturali. Aveva degli occhi stupendi, Angela. Il suo ragazzo la guardava ed era innamorato. Anche lui si era cambiato per l’occasione. Faceva il meccanico, Simone, ma quella sera sembrava un divo del cinema, abito blu notte con camicia avorio, cravatta in tinta e oxford blu ai piedi. Era un ragazzo povero ma bello come ce ne sono pochi, e quella sera le sorrideva innamorato. Per tutto il giorno, Bagheera, che era ormai un gatto adulto, era stato irrequieto, voleva uscire anche lui a festeggiare con la nuova gatta dei vicini, un bocconcino prelibato. Nessuno ricorda cosa fu a scatenare la furia, forse una disattenzione di Angela, forse Bagheera si sentì abbandonato una volta di più, sta di fatto che improvvisamente saltò su di lei, artigli sguainati e occhi saettanti. In un attimo, le braccia e il viso di Angela si trasformarono in una maschera di sangue. Simone ci mise un attimo a riprendersi, si gettò sul gatto strappandoglielo di dosso. Bagheera si rivoltò come solo i gatti sanno fare e si accanì con fulminea violenza sulla faccia di Simone, lacerandogli la palpebra dell’occhio destro, accanendosi sulla sua testa per poi fuggire attraverso la porta aperta.

Quella sera non fu la serata romantica che i due fidanzati avevano immaginato, la passarono al pronto soccorso dell’Ospedale di Poggiardo dove nessuno voleva credere alla storia che raccontavano. Ci vollero due mesi perché le ferite guarissero. Bagheera era miracolosamente tornato a casa dopo una notte meravigliosa passata al chiaro di luna con Hermione, la gatta della vicina. Angela e Simone non ce l’avevano con Bagheera, capivano che non era colpa sua e che tenerlo recluso in casa per tutti quegli anni era stata una violenza inaudita. Si presentava, però, un dilemma: come fare perché Bagheera non finisse come tutti gli altri gatti di Angela? La soluzione la diede il veterinario e così, il povero gatto incolpevole, dopo aver riacquistato la libertà e goduto dei favori e dell’incondizionato amore di Hermione, venne sterilizzato una mattina come tante. Angela gli preparò una colazione coi fiocchi, il paté di tonno che gli piaceva tanto, i suoi biscottini preferiti e lo abbracciò forte versando sul suo pelo lucido e nero tutte le lacrime che poteva, cercando di convincersi che non c’era altra soluzione. Gli voleva troppo bene per sopravvivere all’idea di vederlo finire sotto una macchina. E così Bagheera visse una vita lunga e tranquilla in casa di Angela, ingrassando e crogiolandosi al sole. In prossimità dell’equinozio di primavera, però, diventava triste e agitato. Guardava fuori. A mano a mano che la luna diventava piena, sera dopo sera, la sua agitazione cresceva, e così Angela, senza chiedersi perché, fingeva di dimenticare di chiudere la finestra sul giardino e Bagheera volava fuori contento. Lei lo aspettava col cuore in gola, ogni sera, ascoltandolo miagolare nel buio. La notte della luna piena, però, Angela riconosceva anche il miagolio di Hermione e, se la notte era dolce e quieta, restava ad ascoltarli, con un nodo alla gola, immaginando il loro amore, sopravvissuto alla sua cattiveria. Poi Bagheera tornava a casa, gli occhi ancora persi chissà dove e, lentamente, la vita ricominciava tranquilla, fino alla prossima luna di primavera.


Seduti di fronte al mare di Tricase Porto, Andrea e Sofia parlavano del gatto di Angela, per non dover parlare di altro. Parlavano così, rievocando strani ricordi, quella sera d’estate, mangiando le loro triglie, felici dentro quella bolla temporale che li riparava dal mondo circostante, dai pensieri, dai problemi, dalla fatica di vivere.

“Allora, sei pronto per l’esame?

“Sì, ho finito. Martedì prossimo devo andare a Bari, con questo caldo.”

“Pensa che io lavoro in fabbrica, con questo caldo”.

“Non volevo dire…”

“Lo so cosa volevi dire. Però fa caldo, che vuoi farci? Quando torni, se superi l’esame, andiamo al mare, a fare il bagno con la luna. E poi prendiamo una pizza da qualche parte. Ti va?”

“Se prendo trenta, offro io. Se prendo anche la lode…”

“Offri sempre tu.”

“Va bene, ma dopo facciamo l’amore sulla sabbia, come nei film.”

“Era già in conto, mandrillo.” No, Sofia non rispose così. Si limitò a guardarlo, sorridendo tristemente.

Cercavano di essere felici, come potevano, nascondendosi le paure, le delusioni, fingendo che tutto filasse liscio. Ad un certo punto, quella sera, Sofia fu sul punto di dire qualcosa, qualcosa che facesse luce sul loro futuro. Voleva chiedere ad Andrea perché aveva voluto cambiare facoltà dopo due anni e sette esami. Voleva chiedergli perché non pensava anche a lei, alla fatica che faceva in fabbrica.  Si fece coraggio e…

“Carlo!”

Andrea si era alzato proprio mentre lei stava per iniziare il discorso. Di fronte a lui, a braccia aperte, c’era il suo amico.