Un’anomalia del sistema. Parte 3

C’è un grande poster colorato, dall’altra parte della strada, io lo vedo attraverso il piccolo giardino, illuminato da tre grossi fari led da 2000 watt. Non passa inosservato, ma non è l’unico, tutta la Città senza Nome ne è piena. Raffigura una donna bellissima, a volte bruna, altre volte rossa o bionda, asiatica, europea, nera, bellissima. La città è piena di questi manifesti, tutti uguali; solo la donna cambia, è sempre bellissima ma diciamo che si adatta al posto, e così nei sobborghi neri è una splendida amazzone dalla pelle di bronzo. Di fronte a casa mia è una splendida rossa dalla pelle bianchissima, una Dea Afrodite tutta per me, che mi guarda dall’altra parte del viale, ad ogni ora, in mezzo al traffico o sotto la pioggia, col sole a picco che neppure riesco ad alzare lo sguardo per riempirmi gli occhi di lei, o di notte, quando siamo soli e nessuno ci disturba. Sorride felice, guardandomi negli occhi. Anche gli abiti che indossa cambiano in base al colore dei capelli e della pelle ma sono, comunque, colorati e sicuramente molto costosi. Lei mi guarda, da qualunque angolazione io la osservi mi guarda. E mi sorride. Accanto, una semplice scritta in caratteri allegri: “io sono libera”. Sotto, soltanto il logo della Dermatech Bioengineering, un serpente che si morde la coda all’interno di un triangolo. Nient’altro, non ce n’è bisogno, tutti gli abitanti della Città senza Nome sanno di cosa si tratta.

La Dermatech Bioengineering si occupa di modifiche genetiche umane. Il suo proprietario, Anilkumar P. è l’uomo più ricco della Città senza Nome. Eppure, fino a un anno fa, nessuno li conosceva o ne aveva mai sentito parlare. Poi, all’improvviso, una sera d’autunno, sarà stato novembre, credo, sono arrivati. Una fila lunghissima di camion, fuoristrada Volksyota neri e droni di controllo. Quella sera, una grande area accanto al Palazzo Bianco è stata chiusa da un muro alto e spesso, dall’aspetto anonimo. Non sono mai riuscito a vedere cosa ci sia dietro quel muro. Non so neppure se posso chiederlo ai guardiani, in effetti non ci ho mai provato ad avvicinarmi. E come me non ci ha provato nessuno. Basta guardare quel muro, quelle divise, e si capisce che bisogna girare al largo. Funziona così con tutto, del resto. Nessuno ti dice — prego, si accomodi –, tu guardi, vedi e capisci che puoi entrare. Oppure, che devi girare al largo. Non ho mai provato ad entrare in uno di quei negozi del centro, quelli con le commesse che sembrano fotomodelle, tutti moquette e profumi, luci soffuse e silenzi, a volte sussurri. Non ci ho neppure provato, so benissimo che l’Adone accanto all’ingresso mi guarderebbe con ironia, non con disprezzo, questo no, gli costerebbe il posto, ma con ironia, sì. Io preferirei il disprezzo, perché col disprezzo puoi prendertela, puoi essere vittima, con l’ironia no, faresti la figura del permaloso. So che mi guarderebbe a lungo, tutto compreso nel suo completo direttamente disegnato sul corpo, rigorosamente costosissimo, un sorriso leggero sulle labbra, soppeserebbe il valore dei miei abiti, guarderebbe il mio viso per trovarci un’ombra di cura, le mie mani che lavorano e valuterebbe la possibilità di vendermi qualcosa. Niente, nessuna possibilità, questo sarebbe il risultato, immediato, dei suoi pensieri. Ma non c’è bisogno che questo accada, io guardo e capisco che devo girare al largo.

Comunque, tutta l’area è sotto il controllo di droni speciali, come non ne ho mai visti prima. Poi, un bel giorno, è iniziata la pubblicità. E così abbiamo saputo che dietro quel muro c’è il più grande global economy system della Città senza Nome, la Dermateck Bioengineering, e lì si produce la Byotech Dherma Texture, una membrana biocompatibile che viene impiantata all’interno dell’apparato respiratorio e garantisce una difesa totale contro ogni tipo di microbo, batterio o virus che possa minacciare gli abitanti della Città senza Nome.

E’ una cosa fantastica. Io ho letto tutto quello che si può leggere su questa membrana. In pratica, è come un filtro che viene impiantato al posto delle tonsille. dialoga con il sistema immunitario e con quello circolatorio per gestire l’auto-sterilizzazione giornaliera e la qualità dell’ossigeno che lascia filtrare. L’impianto richiede la sostituzione del microchip alla base del collo con uno di tipo diverso, in grado di comunicare anche dati biomedici istantanei al nuovo Supercomputer quantico che si occuperà di monitorare la salute di ogni cittadino istante per istante e prevenire qualsiasi forma di malattia epidemica. Fantastico.

L’impianto della membrana e la sostituzione del chip alla base del collo vengono fatte in due distinte fasi: prima ci si sottopone al controllo biotronico del DNA, per assicurarsi che le modifiche nella catena non siano degenerate, rendendo l’organismo incompatibile con l’impianto del nuovo microchip. Se tutto è a posto, si procede all’impianto del chip e, contemporaneamente, all’operazione di modifica dell’apparato respiratorio per mezzo dell’applicazione della membrana ai lati del collo. Fantastico!

Credevo che sarebbe stato molto costoso e invece ho scoperto che tutta l’operazione, dai controlli all’impianto della membrana fino a tutti i controlli successivi necessari per la taratura del flusso d’aria, è completamente gratuito per i cittadini con almeno dodicimila crediti sociali. Sfiga pazzesca, se penso che io non ci sto dentro per solo duemila crediti. Poi ci hanno comunicato che c’è tempo fino al prossimo semestre per raggiungere il credito minimo necessario e quindi per poter accedere all’impianto. Io ho già prenotato i fine settimana nei centri di rieducazione, e questo mi procurerà cinquecento crediti in un semestre. Sempre che io non prenda un richiamo o una sospensione nel frattempo, cosa non proprio difficile in questo periodo. Poi, mi sono offerto per le mansioni di classe C, non proprio pericolose ma abbastanza faticose, almeno, così c’era scritto sul dépliant informativo. Dovrei farcela a stare nei dodicimila crediti, per la fine del semestre.

Esco di sera, e non dovrei: c’è il coprifuoco. Dicono che i complottisti attaccano di notte, ma io so che non è vero. E già questo è sufficiente a fare di me un complottista. Devo stare molto attento, non mi posso permettere di perdere i miei crediti, già sono pochi e appena sufficienti per vivere, e poi io non sono un complottista, è la vita che è così. Il governo è il governo e fa la sua parte, io devo solo stare al mio posto e rispettare le regole. Se lo faccio, vivo bene, in fondo. E poi, che altro potrei fare? Devo vivere.

Oggi comincio il turno di notte come aiutante nel centro di rieducazione nel mio quartiere. Tutti i fine settimana, quando non lavoro, inizio alle 20:00 e stacco alle 04:00, otto ore in tutto. Non so cosa mi aspetta, non so nemmeno se devo portarmi qualcosa da mangiare. Comunque, adesso sta piovendo a dirotto e tira un vento freddo, comincio bene. Da qui al Centro di rieducazione ci sono due isolati, prendo l’ombrello e mi risparmio i crediti del servizio pubblico, tutto fa brodo. Fa proprio freddo e cade una pioggia sottile e fitta che mi entra giù per il collo dell’impermeabile. Per strada non c’è quasi nessuno, così vado più veloce e posso stare sotto i cornicioni, per ripararmi un po’. Il traffico, invece, è impazzito, ci sono centinaia di autoveicoli di tutti i modelli, tutti in fila, irrimediabilmente fermi, c’è stato un tamponamento più avanti e i droni sentinella hanno fatto intervenire le forze di controllo: dev’esserci qualche ferito, penso.

Le auto, in coda sotto la pioggia, si somigliano tutte. La Volksyota fabbrica decine di modelli in centinaia di colori diversi, eppure io vedo sempre i soliti tre o quattro colori. Io non ce l’ho un’auto, almeno non ancora. Non è che non posso permettermela, il fatto è che il Sistema non ritiene che io debba averne una, visto che sono solo e vivo in un punto della Città che riceve tutti i servizi pubblici. E poi per contrastare l’effetto serra, o la CO2, qualcosa del genere. Per questo il sistema ha deciso che non mi serve un’auto. Non che non mi piacerebbe averne una, rossa, come quella di Panmoufle, però sportiva, come quella di alcuni cartelloni pubblicitari d’epoca, che ho visto in una mostra da qualche parte. Chissà come dev’essere guidare un’auto decapottabile rossa, su una litoranea senza droni o cellule di controllo, mentre pensi a lei che ti sta aspettando per uscire e che quando ti vedrà arrivare, con la tua fuoriserie rossa, aprirà la portiera e ti dirà, con la sua voce calda e sensuale… qualcosa, non so bene cosa dirà, ma ti farà stare bene.

Non è normale che io pensi queste cose, non fanno di me un buon cittadino. Se continuo così, addio impianto, altro che fine settimana nei centri di recupero, ci manderanno me in un centro di recupero. O peggio, mi manderanno in uno di quei centri di cui parlava quel pazzo, l’altra notte, gridando in Piazza Thumberg, prima che lo arrestassero. Complottista del cazzo! Per poco non hanno scoperto anche me. Cos’è che diceva, a proposito di certi centri del settore P3, dove spariscono i contestatori?

Dunque, è successo una settimana fa. Avevo deciso di non tornare a casa, dopo il lavoro, e di esplorare un altro quartiere intorno a casa mia. E’ così che faccio, un quartiere alla volta, ci giro di notte, finché non lo conosco. Quella sera avevo camminato molto, avevo iniziato facendo un largo giro del perimetro del quartiere e poi avevo diviso le strade in colonne e righe, come faccio sempre. Porto sempre un taccuino con me e disegno una mappa del quartiere così, alla fine, ho una cartografia in scala più o meno 1:500. Le conservo tutte in una scatola da scarpe, nell’ingresso, credo che sia il posto più sicuro, in casa mia. Ho provato a confrontarle con la schermata dei principali programmi di navigazione assistita, non ci sono grosse differenze. Quindi, avevo già ottenuto la forma geometrica del quartiere, e avevo segnato tutte le strade che lo attraversavano. Praticamente, unendo e intersecando i segni, avevo già una mappa sufficiente a non perdermi. Quando iniziai ad entrare, attraverso la prima colonna sul margine esterno del quartiere, erano le nove di sera. L’illuminazione dei led era piuttosto forte e innaturale, ma calava di molto mano a mano che procedevo verso l’interno. La prima strada era una normalissima via a due corsie, perfettamente liscia e nera, come la maggior parte delle vie della città senza nome. Ai lati, i marciapiedi erano grandi, alberati al centro e con le piste ciclabili sull’estremità che da sulla strada, colorate di blu. I segnali stradali, dipinti sul pavimento, sembravano appena verniciati. Perché tutto questo mi colpisce? Tutte le strade della Città Senza Nome sono così, alcune più grandi e lunghe, altre più piccole e sinuose, ma tutte perfettamente lisce, nere lucide, con i marciapiedi ampi, alberati al centro e con le piste ciclabili blu sul lato che dà sulla strada. Eppure, ogni volta che ci penso, mi sembra una cosa incredibile. Anche per questo, sono malato, sto impazzendo. La dottoressa che mi visita, una volta alla settimana, dice che fa tutto parte delle mie allucinazioni deliranti e che guarirò sicuramente, ma io non ci credo. Del resto, le ho raccontato dei miei sogni ad occhi aperti, non di quelli che faccio di notte, quelli che non mi fanno dormire.

Beh, ero entrato nel quartiere, camminavo, guardavo e disegnavo (prima di disegnare, però, mi assicuro sempre che non ci sia nessuno, droni o persone è uguale. La gente comune, poi, è quella che cerco di evitare di più, per via dei delatori: è facile riconoscere un drone o un poliziotto, ma un delatore può essere chiunque, non hanno mica divisa quei vermi). Ogni quartiere è diverso dall’altro, almeno nell’architettura delle case. Quello era un quartiere di edilizia popolare per nuclei familiari, palazzi anonimi di trenta piani, alveari con le piccole cellette a vista, ogni cella una stanza, ogni due celle, un’appartamento, quattro stanze in tutto, due sulla strada, due all’interno: cucina-ingresso e camera sulla strada, bagno e stanza per il bambino all’interno. Fuori sono tutti colorati a tinte pastello, oppure con murales a tema naturale, fiori, campi assolati, grandi petali, cose così. Dentro fanno schifo, come tutto quello che è riservato ai crediti sociali sotto i centomila l’anno. La cosa che mi irrita è che nessuno se ne accorge, tutti sono felicissimi di vivere in quei buchi colorati o di lavorare al posto di un computer perché costiamo meno e non consumiamo energia. E poi siamo così tanti che i crediti sono scesi al minimo e se non ti va bene, ciao. Non so bene cosa significhi quel “ciao”, non conosco nessuno che abbia protestato e non saprei dire cosa succede, però nella testa mi frulla sempre quel pensiero: “se non ti sta bene, ciao!” Sto diventando pericoloso, prima o poi mi scapperà di dire queste cose a voce alta, e allora sarà la fine. Devo fare molta attenzione.