IL SOGNO DI PIETRO

Photo by Ivan Siarbolin on Pexels.com

di Antonio Sparascio.

Capitolo I

È notte fonda.
Poco discosto dal ciglio di un lungo e tortuoso sentiero perduto nella campagna,
lontano dalla città e dai suoi abitanti, c’è un grande cancello barocco, sostenuto da
due splendide colonne di marmo bianco, finemente scolpite, che interrompono un
alto muro di cinta. Sulle due metà del cancello troneggia uno stemma araldico,
raffigurante un grande scudo d’oro e, all’interno, un drago fiammeggiante con le ali
spiegate. Il cancello è chiuso da un sofisticato sistema di sicurezza elettromagnetico
e presidiato da invisibili telecamere a infrarossi. Impedisce l’accesso ad un ampio
viale ben curato, fiancheggiato da siepi, che taglia in due un meraviglioso e immenso
parco e che conduce al castello. Tutti gli accessi laterali sono chiusi con gli stessi
sistemi. I reparti di sicurezza pattugliano, dall’interno e dall’esterno, i cinquemila
ettari del parco. Silenziosi e invisibili, droni armati volano nel cielo. Di giorno, la vista
del castello, immerso nel parco è uno spettacolo entusiasmante, meta di migliaia di
turisti e studiosi da ogni parte del mondo. Ma questa è una notte trista, che
ammanta di desolazione uomini e cose, trasfigurandoli e spandendo ovunque un
sentore di disfacimento e morte. Una nebbia densa e appiccicosa cola inesorabile su
quelle pietre antiche e sui loro abitanti.
È la notte del Ballo del Plenilunio d’Inverno. Meravigliose e felici, cento selezionatissime coppie danzano, con perizia, un gioioso valzer nell’immenso salone illuminato a giorno. Le signore, completamente nude, indossano décolleté dai tacchi vertiginosi. Gli uomini, elegantissimi, sfoggiano frac da gran sera in cui i bianchissimi sparati sono chiusi da file di diamanti. Inondati di luce dai riflessi dorati, i loro volti nulla ricordano della vita, se non l’estasi di quel momento mentre, tra infinite colonne di marmo, stanno, discreti e pronti, i servitori dalla pelle nera, dallo sguardo fiero e dai nudi corpi scolpiti.
Poco lontano da quel chiassoso tripudio, in un salottino privato, nell’angolo più
remoto del Castello, un uomo si sta versando del cognac in un bicchiere di cristallo.
Ci troviamo nel punto più segreto e protetto di quest’imponente dimora, un luogo
conosciuto solo a pochissime persone, tutte legate da indissolubili intrecci di sangue
antico, a quell’uomo. La stanza, ottagonale, non è grande, anzi potremmo definirla
piuttosto piccola, ma di eccezionale fattura. Una libreria di quercia, prodigiosamente
scolpita da mani sapienti, la riveste completamente. Un lampadario di cristallo
veneziano, al centro della stanza, spande intorno a sé una luce discreta e calda. Un
grande camino di marmo nero è posto al centro della parete, antico come le pietre
più antiche di quel Castello, scolpito a forma di bocca di drago spalancata e
meravigliosamente decorato da infinite scaglie scintillanti, create nel marmo come
fossero la pelle di un vero drago nascosto nell’ombra. Le dimensioni di quella bocca
sono imponenti, e tali che un uomo potrebbe scomparire al suo interno senza
difficoltà alcuna. Senz’altro, si tratta di un oggetto di eccezionale fattura, inquietante
e attraente con i suoi enormi canini sporgenti, pare quasi posto nel centro in cui la
vita stessa ha inizio e fine. O forse è più giusto dire che quel camino è esso stesso il
centro di ogni cosa, visibile o invisibile, delle umane cose. Un fuoco eternamente
vivo arde tra quelle fauci spaventose. In questa notte arcana e segreta, potrebbe
davvero essere ciò che sembra, la porta dell’abisso.
Le altre pareti della stanza sono vuote di ogni decoro, bastando allo scopo sette
meravigliose tele del rinascimento italiano. Sulla parete opposta al camino, davanti
ad una splendente Madonna con Bambino del Botticelli, un piccolo tavolo funge da
scrittoio, con una sedia dall’alto schienale. Davanti, illuminate dai bagliori delle
fiamme, si fronteggiano due poltrone. Su una di queste, come una nota stonata in
uno spartito, come una crepa, o più semplicemente come una persona costretta a
stare dove non vorrebbe, siede un uomo dall’età indefinibile, dalla barba incolta e
grigia, vestito di un lacero chitone. La sua presenza è un’offesa alla magnifica
bellezza di quella stanza, eppure l’uomo sembra non curarsene minimamente. I suoi
occhi, profondi e tristi, sono fissi sul suo ospite. Niente potrebbe dividerli più di quel
momentaneo silenzio.
L’altro uomo è in piedi, ha circa trent’anni, scuro di capelli e dallo sguardo vuoto,
perfettamente fasciato in un elegante frac nero tagliato su misura, porta stravaganti
catene d’oro al collo, ingombranti anelli dagli strani disegni alle dita. Beve il suo
cognac a piccoli sorsi, assaporandone il gusto morbido e avvolgente. Guarda il suo
ospite con la naturalezza del padrone ma, anche, con un certo timore. Non si lascia
distrarre dall’aspetto trasandato del suo ospite: chiunque conosce quel luogo è
persona in grado di determinare il destino degli uomini semplicemente con uno
sguardo, per un capriccio. Poi sorride, nessuna creatura di questo mondo ha nelle
proprie mani un potere paragonabile al suo, e questo lo rassicura.
Il suo nome è Giosuè, ma solo pochissime persone lo chiamano così, e mai in
pubblico. Da tutti è conosciuto come Teodorico Maria Tancredi Guglielmo di
Costantinopoli, ultimo discendente diretto dell’Imperatore Diocleziano. Il suo elenco
di titoli e blasoni è tale che può far impallidire qualunque Re o Regina di queste
umane terre, ed è destinato a divenire il Reggente dell’Antico Ordine del Drago
Fiammeggiante o, come preferiscono riportare gli antichi testi, il Re del Mondo.
Ma, per il momento, Giosuè è solo un ometto viziato e dispotico, completamente
dedito a godere di ogni privilegio che il suo status, la sua incredibile ricchezza, e il
suo ancor più immenso potere, gli conferiscono.
Una forza sconosciuta, un presentimento lo ha condotto in quella stanza,
abbandonando i suoi ospiti e l’allegria della festa. Sapeva che, ad attenderlo, nel
buio, c’era qualcosa. O qualcuno. Per questo non si è stupito quando si è accorto di
quella presenza. Ora, in piedi davanti al camino, mentre i diamanti che chiudono il
suo sparato, tra i revers del frac, inondano la stanza di riflessi, è immerso nei suoi
pensieri, lo sguardo perso tra le fiamme vicine, mentre sfoglia distrattamente una
piccola guida turistica rilegata in pelle. – Sai per quale motivo le guide turistiche
sconsigliano di soggiornare due volte nello stesso posto?
– chiede, più a sé stesso
che all’ospite, fissando quelle lingue di fuoco scoppiettanti . L’altro continua ad
osservarlo in silenzio. – Per evitare delusioni! Già, per evitare delusioni. Quant’è vero!

Poi si volta, lento, guardando il suo ospite con la stessa curiosità con cui un predatore guarderebbe una preda. L’altro resta in silenzio, immobile, gli occhi tristi sempre fissi su di lui. – Quella che preferisco, – riprende, come tessendo le fila di un discorso interrotto, e mostrando all’ospite quell’opuscolo rilegato, – è la guida del ‘92, quella che aveva la copertina in pelle di non mi ricordo cosa… ad ogni modo, una pelle molto giovane. – Si ferma, aspettando il risultato di quell’affermazione, una risata, forse, ma il suo ospite è come impietrito, di fronte a lui. Perché mi guarda così, si chiede Giosuè, mentre un filo di inquietudine lo attraversa, come un brivido. Che fare? Meglio far finta di niente, si risponde, mentre fissa con gli occhi una piccolissima crepa nel legno del pavimento.

È una pelle molto difficile da procurare, non ti dico i fastidi! – riprende, – come se
fosse colpa mia se gli animali di quelle tribù iniziano a tatuarsi così presto. La pelle tatuata non va bene! Ma quando è ancora vergine, per così dire, non sembra
neppure pelle ma seta, quasi.
– Le ultime parole sono quasi un sussurro, gli occhi
fissi su quello strano personaggio che gli siede di fronte e che non vuole parlare.
Muovesse un muscolo, almeno! Facesse una smorfia! – Bellissima guida, comunque!

Nella piccola stanza scivola un silenzio difficile, fatto di attesa, di dubbi e sguardi.
Nessuno dei due sembra aver qualcosa da dire ma, allora, che ci fanno lì, lontani dal
clamore della grande festa? Perché se ne stanno muti, a osservarsi, cercando di
trovare qualcosa, l’uno nell’altro, che spieghi il senso di quella presenza? Giosuè osserva le fiamme del camino come cercando le risposte, mentre l’uomo vestito di stracci continua a guardarlo con gli occhi tristi. Non risponde a quello sguardo, Giosuè, ma ne percepisce la tristezza, una tristezza infinita e potente, nuda e indifesa, eppure
capace di fronteggiare le potenze più arcane. Per la prima volta, Giosuè prova
imbarazzo, forse paura.
Paura di cosa, si chiede, cercando di dominarsi. Paura di un povero vecchio? No,
non può essere. Poi, d’un tratto, come un colpo improvviso e violento, la domanda gli
sale alla bocca e lì si ferma: Chi è, pensa, e come può trovarsi qui, nella mia stanza
privata, di cui neppure Mamy conosce l’esistenza? Come ha fatto a superare i
controlli della sicurezza? Quella paura improvvisa lo sopraffà. Non può che essere un
pazzo venuto per farmi del male, riflette, mentre il sudore gli imperla la fronte. Cosa
fare, come avvisare quegli incapaci della sicurezza senza che l’ospite, sicuramente
un terrorista, se ne accorga? In questi casi, è buona cosa prendere tempo.

La realizza una società di Londra, – dice, spezzando il silenzio e indicando la
guida turistica rilegata in pelle, che ha poggiato sul piccolo tavolo, – per un numero
molto ristretto di soci.
– L’ospite reagisce, guarda distrattamente la guida, e allora
Giosuè, aggrappandosi a quello spiraglio, riprende – Queste poltrone, ad esempio, le
ho fatte realizzare con la stessa pelle. Ma lo sai che ci vogliono quasi dieci cosi…
scusa, proprio non mi riesce di ricordare il nome di quella tribù, per realizzare una di queste poltrone? Tutte cucite a mano.

Sì, belle poltrone… – risponde l’ospite, accorgendosi improvvisamente di essere
seduto su una poltrona, in una stanza ottagonale, di fronte ad un uomo che conosce
da sempre. Sfiora il bracciolo della poltrona con la mano e sorride dolcemente.
Eppure, il suo sorriso è ancora lontano, un sorriso dolciastro che non porta allegria.

Ah, ora che ricordo, c’è una targhetta, proprio sotto il cuscino. Alzati un
momento e leggi di che tribù si tratta.
– insiste Giosuè.

Dove, qui sotto? – risponde l’ospite, alzandosi lentamente e sollevando il cuscino
della poltrona. – Aspetta un momento, sai, la vista non è più quella di una volta.
Ormai sono vecchio.
– dice, tirando fuori dal chitone un paio di occhiali e cercando di
leggere i piccoli caratteri della targhetta. – Dunque, realizzata interamente a mano
da… guarda! C’è anche il nome dell’artigiano.

Te l’avevo detto che sono oggetti unici. Continua, leggi di che pelle si tratta. È
scritto sotto.
– incalza, impaziente, Giosuè.

Un momento, non avere fretta. Non sono più abituato a leggere, lo sai. – dice
l’ospite, guardando Giosuè. – Dunque, finiture, telaio, rivestimento. Ecco, l’ho trovato! Rivestimento in pelle di… – e poi sorride, imbarazzato, guardando ora il cuscino, ora Giosuè, come per scusarsi. – Te l’ho detto che la vista non è più quella di una volta. Con questa luce, poi… pensa che avevo letto… – balbetta, cercando di illuminare meglio la piccola targhetta. Poi riabbassa gli occhi. – Oh, ecco! Adesso ci vedo bene. Allora, rivestimento esterno… oh, mio Dio! No, non è possibile! – grida le ultime parole, gettando via da sé il cuscino, inorridito. – È pelle umana!

Sì, lo scrivono per darsi un tono, ma non è così, è pelle di coso… leggi di quale
tribù, dai! – risponde, impassibile, Giosuè. L’ospite lo guarda attonito, come se
guardasse uno sconosciuto che, fino a pochi istanti prima, era una persona cara. Un
lampo gli attraversa i pensieri: Non può essere! – Stai scherzando! – esclama, – Ma sì,
stai scherzando! C’ero quasi cascato, eh sì, sono un ingenuo, lo sono sempre stato.
Pensa, – dice rivolgendosi a Giosuè come se lo conoscesse da sempre – pensa,
stavo per credere che, veramente, queste poltrone fossero di pelle umana.

Ma che ti salta in mente! – gli risponde Giosuè. – Magari! In realtà è pelle di
coso… sì, praticamente è pelle di una specie di scimmia. E poi lo sanno tutti che in
mezzo alle foreste non ci sono uomini.

No?

No! Lo dice l’antropologia. – risponde Giosuè. – L’antropologia è una scienza, no?
E la scienza non può sbagliare. Soprattutto, quando pago io!
– e termina questo
assurdo discorso con una risata. L’ospite resta in silenzio. Guarda la poltrona, poi
Giosuè. – E secondo l’antropologia, cos’è che c’è, in quelle tribù in mezzo alle
foreste?
– replica, scettico.

Ah, ma sei duro di comprendonio. Scimmie!

Scimmie?

Animali, scimmie, certo! – risponde divertito Giosuè. – Oddio, a guardarle, un po’
somigliano. Cioè, se le guardi da lontano… va bene, si vede subito che sono nere,
questo lo so! Però, se le guardi da lontano, ti dicevo, senza fare caso al colore, un po’ somigliano.

L’altro si volta a guardare la poltrona, si china a riprendere il cuscino che aveva
gettato lontano. Sorride, per scacciare un dubbio che si è insinuato tra i suoi
pensieri, tra lui e quello strano personaggio che gli sta di fronte e che non riesce a
capire. – Somigliano a chi? – chiede.

Ma a noi! – risponde Giosuè, come se di fronte avesse un bambino. – Però, poi si vede che sono scimmie.

L’altro non ride più. – E da cosa si vede?
Questa è facile! Vivono come le scimmie, si muovono come scimmie, sono scimmie, no? – dice Giosuè, quasi a giustificarsi. – Insomma, indossano quei ridicoli
gonnellini, vivono nelle capanne! Cos’altro possono essere? Ma tu non hai mai visto un documentario del National Geographic?

No. Cos’è il National Geographic?
Giosuè rimane un po’ in silenzio. Certo, le risposte dell’ospite lo hanno un po’
tranquillizzato, non può essere un tipo pericoloso, sembra piuttosto uno stupido
vagabondo vestito di stracci. Sì, ma come ha fatto uno stupido… – Senti, ma tu… di
preciso, chi cazzo sei?
– chiede a bruciapelo, guardandolo per la prima volta negli
occhi.

Pietro! Sono Pietro, lo sai. – risponde l’ospite.