Dystopia 2

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Flash n. 3

Continuo a chiamare Maddalena, ma il suo cellulare non risponde. Dov’è? È la prima volta che va via così, senza neppure salutarmi. Però, non devo preoccuparmi, c’è sicuramente una spiegazione logica. Magari ho dimenticato qualcosa che mi ha detto ieri, a proposito di un suo impegno. Succede, no? Basta ricordare, con calma. Niente, vuoto totale. Ieri non ci siamo detti niente. L’avranno chiamata dall’ufficio. Magari è successo qualcosa che ha richiesto la sua presenza. Certamente, è andata così. Basta controllare, vado a vedere in garage. La macchina è ancora qui ma, allora, come è andata a lavorare? Non può esserci andata a piedi, sono almeno quindici chilometri. Ho chiamato anche il numero del suo ufficio ma non risponde. Però, almeno la sua segretaria dovrebbe essere lì, oppure una collega, qualcuno. Non possono essere spariti tutti quanti. Qualcuno dovrà sollevare quella cornetta, prima o poi. Mi siedo sul divano, devo riordinare i pensieri. Ieri siamo andati a letto felici. Non mi ha detto niente riguardo a oggi, niente di speciale. Era come tutte le sere, stanca, gentile. Abbiamo chiacchierato dei programmi televisivi, abbiamo visto un film sul computer, un vecchio film con Robert Redford e Barbara Streisand. A noi piacciono i vecchi film, coi loro tempi lunghi, i dialoghi eleganti, i silenzi, le frasi fuori moda. A noi piacciono. E poi ci siamo addormentati, abbracciati, come tutte le sere. E allora dov’è?

Flash n. 4

Ho preso la macchina. Ho deciso, vado a cercarla. Andrò nel suo ufficio e le dirò: – ciao, tesoro, ti ho portato la colazione. – Quindi, devo prima passare a prendere due cornetti e due caffè da portare via. Sì, non voglio sembrare preoccupato, così mi prenderebbe in giro per giorni, settimane forse. No, le dirò proprio così: – ti ho portato la colazione. Non mi andava di prendere il caffè da solo. – Poi scambieremo due chiacchiere, così, per stare un po’ insieme e, infine, la saluterò e andrò a fare le mie cose. Ho un sacco di cose da fare. Devo chiamare per la pubblicazione di una traduzione dell’Eneide di Virgilio dal latino al russo. Non che mancasse una traduzione di Virgilio in russo, no. È un progetto a più piani, letterario, storico, geografico, filosofico. Un lavoro a più mani. Io mi sono occupato della traduzione e basta. Ho deciso, chiamo la casa editrice subito dopo aver preso i cornetti e i caffè tanto, dalla pasticceria all’ufficio di Maddalena ci sono almeno venti minuti, col traffico che c’è. Bisogna attraversare un bel pezzo di città e andare nel centro direzionale. Il sole è scomparso. E minaccia pioggia.

Sono fortunato, c’è un parcheggio proprio di fronte alla pasticceria. – Buongiorno. Mi darebbe due cornetti al cioccolato e due caffè da portare via, per piacere? Grazie! – Io e Maddalena ci veniamo, di tanto in tanto, in questa pasticceria. Fanno un buon caffè e, a volte, quando è troppo tardi per preparare la colazione in casa, veniamo qui. Conosciamo tutti, almeno di vista. Anche il ragazzo che sta dietro il banco, lo conosciamo. Però questo non è lui, questo è un altro. – Mi scusi, che fine ha fatto il ragazzo che c’è di solito? È ammalato? – chiedo. – Quale altro ragazzo? – mi risponde. Sembra sorpreso. Come sarebbe, quale altro ragazzo? Questo vuole che io non sappia quale altro ragazzo c’è, di solito, dietro quel bancone? Ci veniamo spesso, io e Maddalena. – Quello che vedo sempre, al suo posto. – gli dico, con un sorriso. È imbarazzante questa storia. Diavolo, io volevo solo essere gentile e, invece, guarda questo qui, mi tira fuori la storia che mi sto sognando un altro ragazzo. – Mi dispiace, signore, – mi fa, – io sono al bancone di questa pasticceria da quando abbiamo aperto. Il proprietario è mio padre e non abbiamo mai avuto un altro dipendente. Facciamo tutto in famiglia, io, le mie due sorelle e i miei genitori. – Ho capito, è uno scherzo. Non può essere che uno scherzo. E poi, io, questo qui non l’ho mai visto. – Mi deve scusare, è che io e mia moglie veniamo qui, di tanto in tanto, fin da quando questa pasticceria ha aperto i battenti, esattamente tre anni fa, è vero? –

Sì, signore, è vero. Abbiamo aperto tre anni fa. E io ero al bancone. Le faccio vedere, guardi la foto che è appesa dietro di lei, sul muro a destra. È la foto dell’inaugurazione. C’è mio padre, mia madre, le mie due sorelle, Stella e Grazia, e poi ci sono io, dietro il bancone. Vede?

Cavolo, è proprio lui. – Va bene, va bene! – ma che mi importa della foto dell’inaugurazione? Lo vedo che ci sono tutti. Quello è il padre, lo riconosco. Anche la madre, qualche volta abbiamo scambiato due chiacchiere. La sorella grande, Stella, anche lei riconosco. È simpatica, di solito si occupa delle consegne a domicilio. Grazia, invece, serve ai tavoli. Oddio, ci sono pochi tavoli. E quando non c’è da fare, dà una mano in laboratorio. Ma questo qui, questo bellimbusto con la faccia da deficiente, proprio non lo conosco. Diavolo! Aspetta un momento, come si chiama l’altro? Se ci fosse Maddalena, lei sì che se lo ricorderebbe. Lei ha il dono di ricordare tutti i nomi e le facce. Magari, riuscirebbe anche a dirmi chi diavolo è questo tizio. Giorgio, ecco come si chiama. – Credo che si chiami Giorgio! – gli dico. Mi guarda per un attimo. Lo vedo strano, ha una faccia che non riesco a decifrare. – Mi perdoni un secondo, torno subito. – mi dice. Scompare nel laboratorio. Si sarà visto scoperto, probabilmente si sta vergognando. Va bene, però non ho mica detto niente di male, sono stato educato, mi pare. Non ho alzato la voce, sono stato al mio posto, anche gentile, credo. Sì, gentile.

Dal laboratorio, esce il padre, sempre ammesso che questo tipo sia davvero suo figlio. Certo, però, che questa storia sta diventando antipatica. Io volevo solo avere notizie di Giorgio, tanto per scambiare due chiacchiere, in attesa di pagare il conto, e guarda cosa sta succedendo. – Ciao, Leandro, – gli dico, con un sorriso. Cerchiamo di finirla in fretta e andiamocene. – Buongiorno, – mi risponde Leandro, – posso esserle d’aiuto?

– Leandro, perché mi dai del lei?

– Perché io do sempre del lei ai clienti che non conosco. – mi risponde, guardandomi dritto negli occhi. Un momento, no, non oggi, vi prego. Oggi, no. Sono in pensiero per mia moglie, è uscita senza neppure salutarmi, non mi risponde al telefono! Sono venuto qui a comprare due cornetti al cioccolato e due caffè da portare via e ho chiesto soltanto come sta Giorgio, perché non l’ho visto al suo posto, dietro il bancone. Basta! Non voglio altro, non me ne frega un cazzo di voi, di quanti siete in famiglia, non voglio sapere se non avete altro da fare che prendere in giro la gente che entra qui dentro. Voglio solo i miei cornetti e i caffè e poi potete andarvene al diavolo. – Come sarebbe? Non mi conosci? Leandro, io e mia moglie veniamo qui da quando avete aperto, tre anni fa.

– Mi perdoni, signore ma, davvero, non so chi lei sia. È la prima volta che la vedo. Sono felice che lei abbia scelto la nostra pasticceria e, se desidera, d’ora in poi le darò del tu ma, veramente, non conosco il suo nome.

– No, guarda, anzi, guardi, lasciamo stare. Io ho solo chiesto cosa fosse successo a Giorgio, così, per cortesia. Ma non fa niente, ne parliamo un’altra volta. Adesso, se vuole essere così gentile da darmi i miei cornetti al cioccolato e i due caffè da asporto, dovrei proprio andare. – Devo calmarmi, non devo dargliela vinta. Se mi arrabbio, faccio il loro gioco. Mi stanno prendendo per il culo, è evidente.

Mio figlio Giorgio sta bene, grazie, ma può vederlo da sé, gli ha appena parlato. Poveretto, è venuto a chiamarmi dicendomi che di là c’era un signore che lo stava prendendo in giro. Ad ogni modo, ecco a lei i suoi cornetti al cioccolato e i caffè.

– Quanto ti devo? Non lo ricordo mai.

– Nulla, offro io. È stato un piacere conoscerla. Se tornerà a trovarci, continueremo questa discussione. Buona giornata! – e scompare nel laboratorio. Intanto, Giorgio è tornato dietro il bancone. Mi guarda, perplesso. Non ci sto capendo un bel niente. Mi hanno preso per il culo, proprio bene, questo è evidente. Io, però, lo so che stanno mentendo. L’alternativa è che sono impazzito. Va bene, se volete giocare, giochiamo. – Mi scusi per il disguido, – dico a questo stronzo che mi sorride come un ebete, – l’ho scambiata per qualcun altro. Mi saluti i suoi genitori e le sue sorelle. Buona giornata. – e gli sorrido sulla faccia, a questo stronzo.

Fuori, è iniziata una pioggerellina leggera che ha tutta l’aria di tirarsela a lungo. Il traffico, naturalmente, è diventato caotico, lento e nervoso. Sento una rabbia sorda che sale dalla punta degli alluci, su, sempre più su fino al settimo chakra, come dice Maddalena. Devo trasformarla in riso. Rido, prima dentro di me, poi sorrido con le labbra e alla fine, rido. Di cuore, poi di pancia. Rido. Dopo essere entrato in macchina, però. Ehi, funziona. È tutto più leggero, la doccia fredda, l’assenza incomprensibile di Maddalena, gli stronzi della pasticceria, la pioggia. Sì, è tutto più leggero. Bene, andiamo da Maddalena, con calma, perché piove e non ho bisogno di subire uno stupido incidente stradale in città. Prima di ripartire, chiamo la casa editrice, così vedo di fissare l’orario dell’incontro per le dieci.

Continua…