DYSTOPIA 3

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Flash n. 5

C’è voluta quasi un’ora per arrivare al centro direzionale e sono quasi le dieci. I caffè sono freddi e i cornetti, beh, dovrei sostituirli con dei tramezzini, ormai, e due aperitivi. Non riesco a smettere di pensare a quella stronza della casa editrice. La segretaria, intendo. Come sarebbe a dire che non c’è nessun appuntamento da concordare per oggi? È assurdo! Tanto che, ad un certo punto, ho anche pensato di aver sbagliato numero. Capita, a volte, di sbagliare numero, no? Invece era corretto, il numero. E anche la segretaria, era proprio lei, Debora senza acca. Carina, anzi proprio bella, come dev’essere una segretaria. Io ci scherzo ma, se non fossi così innamorato della mia Maddalena, ci potrei anche perdere la testa per una come Debora.

E quella stronza mi risponde così! – Mi dispiace, signor Cadorna, ma non c’è alcun appuntamento per oggi. –

– E per quando è previsto, secondo te?

– Mi spiace, ma non c’è alcun appuntamento con lei, neanche nei prossimi giorni.

– Come sarebbe, nessun appuntamento? E la pubblicazione del lavoro sull’Eneide di Virgilio?

– Mi spiace, non so che dire. Io sono solo una segretaria e nessuno mi ha detto niente di questa pubblicazione. Forse è il caso che lei ne parli direttamente con il Direttore.

– Sì, è meglio. Perdonami, Debora, non è colpa tua. – E quella se ne esce chiedendomi come faccio a conoscere il suo nome! Ma che sta succedendo?

Debora, sono io! Ci conosciamo da almeno cinque anni, ci siamo visti l’altro ieri e ti ho anche offerto il caffè.

– Mi dispiace, – mi ha detto. Ed era seria, non fingeva. – Non credo di ricordare. Forse lei si confonde con la segretaria della Divisione Pubblicazioni per ragazzi. Ci somigliamo ,a volte ci scambiano. Ad ogni modo, le consiglio di contattare direttamente il Direttore editoriale per la sua traduzione.

Cosa sta succedendo? Perché Debora dice di non conoscermi? E poi c’è la storia della pasticceria. Neanche loro mi hanno riconosciuto. E Maddalena è scomparsa. Se non fossi sicuro di me e delle mie cose, comincerei a credere di essere impazzito. Prendo la borsa, sul sedile posteriore. Dentro, ci sono i documenti che dovrei consegnare per la pubblicazione. Li prendo, c’è tutto. La traduzione occupa cinquecento pagine A4 in corpo 12, è tutta lì. Secondo Debora, me la sono sognata? Secondo lei, negli ultimi tre anni io ho fatto finta di lavorare?

Va bene, lasciamo stare. I documenti ci sono tutti. C’è anche il foglio che mi ha lasciato lei, Debora, con la data prevista per la pubblicazione e il giorno dell’appuntamento. Questa è la prova definitiva che non sono impazzito. Eccolo qui e, sotto, c’è il memorandum degli appunti del Direttore editoriale. La data dell’appuntamento è quella di oggi e c’è anche scritto “da concordare orario”. Quasi quasi la richiamo. No, lasciamo perdere. Non mi interessa litigare anche con Debora, è troppo carina.

Però, diavolo, oggi si sono messi d’accordo tutti! Sembra uno scherzo, un grande, enorme scherzo del cazzo. Non può essere, però sarebbe la soluzione più logica. Pensaci razionalmente, Marco: perché tua moglie dovrebbe scomparire all’improvviso senza lasciare neppure un biglietto? Perché Leandro e adesso Debora dicono di non conoscermi? E’ uno scherzo. Altrimenti, cosa cazzo è? Sono impazziti?

O sono impazzito io! Magari il mio cervello è andato in tilt, credo di vedere cose, di avere ricordi che in realtà non ci sono, sono solo un’invenzione del mio cervello malato. E’ possibile. Accade, di impazzire. Magari, in questo momento, sono in un ospedale psichiatrico, imbottito di farmaci, e il mio cervello sogna cose, inventa storie. E queste pagine, nella mia borsa, queste cinquecento cartelle A4 di traduzione dal latino al russo? Anche queste sono un’invenzione? Magari io non so neppure cos’è il russo, magari ho sognato di avere una madre russa, di aver vissuto a San Pietroburgo. Magari non ho neppure una casa. Che faccio?

Non ha alcuna importanza. Penso di avere una moglie che lavora in quel palazzo di fronte, là in fondo. Maddalena, ti prego, dimmi che ci sei.

Flash n. 6

Maddalena lavora per una multinazionale cinese. Hanno un intero palazzo nel centro direzionale, l’edificio H. Il suo ufficio è nella scala D, trentaduesimo piano. Ha smesso di piovigginare ed è tornato il sole. Bah, anche il tempo è impazzito, oggi. Andiamo.

Non è la prima volta che ci vengo, ma il colpo d’occhio è sempre notevole. Sono edifici modernissimi, tutti in acciaio e vetro, circondati da un parco curatissimo. L’edificio H, quarantadue piani tutto, sala riunioni al trentacinquesimo, è uno dei più belli, proprio di fronte al laghetto. Vista mozzafiato.

Piacerebbe anche a me lavorare in un posto così. Entrando, lascio i rumori della strada fuori e vengo avvolto da un silenzio ovattato nel quale, di tanto in tanto, sento una cascata d’acqua e degli uccelli che cinguettano. Uccelli tropicali, direi. Eppure non vedo cascate. Gli uccelli, poi, non credo proprio che ce ne siano. Dev’essere la filodiffusione, qualcosa del tipo “suoni della natura” o cose del genere. Il pavimento è lucidissimo e l’arredamento è moderno ed accogliente. Ci sono dei divani, schermi televisivi giganti e, naturalmente, il grande bancone della reception, in legno, marmo e ottoni dorati. Mi avvicino, sorrido. – Maddalena Cadorna, per favore. Sono il marito.

Potrebbe, gentilmente, dirmi il nome della Divisione ed, eventualmente, quello della sezione? – mi chiede, gentile, il tizio dietro il banco. È giovane, più giovane di me, ed ha una bella voce, calda e bassa. Parla con calma ma anche con fermezza. Ma gli fanno un provino, prima di assumerli? Questo potrebbe fare l’attore, giovane, bell’uomo, elegante, voce da Pannofino. E che cazzo! No, nemmeno l’addetto alla reception potrei fare io, qui dentro.

Maddalena, invece! Lei è diventata vice-direttore della sua Sezione in meno di cinque anni. È brava, intelligente, preparatissima. A volte mi chiedo cosa ci abbia trovato in uno come me. Io faccio traduzioni dal latino e dal greco al russo ma soltanto perché ho fatto il liceo classico e mia madre è russa. Quando papà ci ha abbandonati, siamo rimasti io e lei. Per qualche anno ho anche vissuto a San Pietroburgo. Diciamo che il russo è la mia seconda lingua madre. Il lavoro me lo sono trovato quasi obbligato, non so fare altro e lo faccio senza alcun merito speciale. Me lo sono trovato tra i piedi, diciamo che mi permette di fingere di avere un’autonomia economica che, in realtà, non ho.

Mi dispiace, signore. La signora Cadorna non è in ufficio.

Ottimo, non me la sono sognata, la mia Maddalena, esiste! Però, che significa che non c’è? E dove diavolo è? – Capisco, sa per caso se ha lasciato detto qualcosa per me?

– No, signore. Non ci sono messaggi.

– Grazie lo stesso. Buona giornata. Oh, scusi, visto che sono qui, può mettermi in contatto con la signorina Beatrice, la sua segretaria?

Il tipo mi sorride. Cosa cavolo sorridi, stronzo? Non c’è niente da sorridere. Mia moglie è scomparsa e tu ridi. Come un cretino. Parla al telefono, poi mi passa la cornetta: – Prego, signore. La signorina Beatrice è in linea.

– Ciao, Bea, sono io, Marco.

Silenzio. Poi, una voce imbarazzata: – Ciao, Marco. Che ci fai qui? – Un altro punto a mio favore, Bea mi conosce. Non sono pazzo! Ora devo restare calmo. – Sono venuto a trovare Maddalena. Dov’è finita?

– Stai scherzando, vero?

– Perché? Non posso venire a trovare mia moglie? – Silenzio.

– Non è questo. Guarda, Marco, non è il caso di parlare al telefono di queste cose. Forse è meglio che tu ritorni a casa e ne parli con lei. Davvero.

– Ma che diavolo succede, Bea?

Ha chiuso la telefonata. Il tipo dietro il banco mi guarda. Non sorride più. Non so che dire, non riesco a pensare a niente, in questo momento. Devo soltanto andare via, non voglio diventare ridicolo. Esco.

Nella testa girano le parole di Beatrice, “è meglio che tu ritorni a casa e ne parli con lei”. Un momento, devo fermarmi a pensare. Mi allontano dall’edificio H, voglio mettere quanta più distanza da quel posto del cavolo. C’è una panchina, di fronte al laghetto, mi sederò lì.

Che strano, sembra di stare ancora dentro la hall dell’edificio H. anche qui ci sono i rumori dell’acqua e degli uccelli. Solo che questi sono veri. Ma, in fondo, che differenza fa? O forse no, forse c’è differenza tra la realtà e la finzione. Possono sembrare uguali, come in questo caso, ma non lo sono. La finzione si sovrappone e deforma la realtà, illudendoti che ci sia una cascata d’acqua e che degli uccelli stiano cinguettando felici. In realtà non c’è nessun altro che te, nell’edificio H. Cemento e polvere. E te. Qui, invece, non sono solo. Anche se mi tappo le orecchie, anche se stacco la filodiffusione, l’acqua continua a scorrere e gli uccelli continueranno a cantare felici. È più solido.

Che cosa mi sta succedendo? Se penso a questa mattina, non riesco a trovare una giustificazione a niente di quello che mi è capitato. Per un momento ho anche pensato di essere ancora addormentato, nel mio letto, e che tutto questo fosse solo un incubo. Se fosse così, Maddalena dovrebbe essere ancora accanto a me, nel letto. Dovrei sentire il suo respiro caldo, il contatto del suo corpo. Se è così, devo svegliarmi. Ma io sono già sveglio. Dicono che, a volte, si può sognare di essere sveglio. E quindi? Come faccio a svegliarmi, se questo è un sogno? Il dolore! Giusto, il dolore ti sveglia. Mi do un pizzicotto, ahi! No, non sto sognando. Ipotesi scartata. E allora? Che mi sta succedendo? La risposta dev’essere, necessariamente, nei giorni passati. Ieri? L’altro ieri? Devo pensarci con calma.

Continua…