Debutto al Sicilian Shakespeare Fest di Luciano Bottaro.
Personaggi e interpreti in disordine di apparizione:
- Un testo drammatico, Carmelina Preite, Salvatore “Salvo” Cezza, Antonio Sparascio, Luciano Bottaro, Germano Martorana, la Puglia, la Basilicata, la Calabria, il Traghetto di Villa San Giovanni, la Sicilia, Siracusa, Ragusa, i saliscendi, i muretti a secco, il cioccolato di Modica, gli arancini, la granita di mandorle, la caponata, la pasta alla norma, Ortigia, il traffico di notte, una fruttivendola siciliana, le pesche sbergie, la colazione al Dolce & Nero, le birre di notte allo Scacco Matto, una Toyota Corolla blu del 2004.

Ottocento chilometri da fare tutti in un fiato. La Corolla si è svegliata la mattina del 30 agosto senza neppure immaginare che quella sarebbe stata per lei una giornata da ricordare. Certo, se avesse prestato attenzione al numero dei bagagli, forse avrebbe capito e, magari, avrebbe avuto qualcosa da ridire. Ma stiamo insieme da vent’anni, di caselli autostradali e di distributori ne abbiamo visti così tanti da non farci più nemmeno caso. Un pieno di gasolio e via.
Navigatore acceso per cercare di evitare gli autovelox. La Puglia, così domestica e piatta, coi suoi cieli infiniti stesi a schiacciare cose e pensieri, ci lascia nel bel mezzo di un rettilineo e lascia il posto a terre straniere, ondulazioni impreviste. Com’è lontano, Bodini, dai monti della Calabria.
Tu non conosci il sud. Vale per tutti, quaggiù. Non ci sono più le case di calce eppure continuiamo a uscire al sole come numeri dalle facce di un dado. Siamo lontani da casa, eppure siamo a casa. Il parcheggio di Villa San Giovanni, in attesa del traghetto che ci porterà fuori dal continente, è casa: le chiacchiere con gli impiegati e i controllori, il cazzeggio assolato e lento dell’attesa. L’attesa stessa e la dilatazione dei tempi, tutto, intorno a noi, continua ad esserci domestico. Eppure, ogni tempo, pur dilatato all’estremo, finisce. Siracusa ci accoglie ancora luminosa e agitata.
Una casa. Una strada che nei prossimi giorni avremmo imparato a conoscere bene. Ambientarsi richiede almeno un giorno di smarrimenti e passi inutili. Incontriamo Luciano Bottaro alla Chiesa di San Giovanni alle Catacombe e ci ricordiamo perché siamo qui, ospiti del Sicilian Shakespeare Festival con il nostro spettacolo. Questa sera, intanto, va in scena Romeo e Giulietta in lingua originale. Salvo freme, non vede l’ora di salire su un palco; è a casa sua, quando si fa Teatro. E io? Fermo i pensieri, tanto so già che non servirebbero a niente. Sono pensieri piatti e sparpagliati, come il cielo che mi sono lasciato alle spalle. E se uno sprone di Appennino potesse davvero raccoglierli… ma non c’è tempo, c’è Ragusa. Tocca a noi.

E’ una serata gelida lontana dal mare, di muretti a secco e case di pietra. Un’aia come teatro e un tramonto. Meraviglioso!
Germano, Ileana e Lino ci accolgono. Sì, siamo a casa. Gli piacerà il nostro spettacolo? Il freddo rallenta i pensieri e la parola, eppure…
Nel momento in cui Salvo mi abbraccia e mi dice il suo immancabile “Compare, cominciamo!”, tutto intorno si ferma, si fa calma tra i neuroni impazziti del mio cervello. Sento la fatica di essere una comparsa in uno spettacolo più grande di me: questa sera va in scena Re Lear. Carmelina, al computer, sorride sicura. Da lei dipendono gli incastri e i momenti più importanti dello spettacolo.
Finisce ed è una liberazione. Io e Salvo usciamo provati e spossati. Ogni volta è un tuffo nei nostri dubbi, nelle paure che ci divorano. E’ bello vedere che anche chi ci guarda e ascolta, prova le stesse emozioni ma non siamo soddisfatti. Si può fare meglio, ma va bene. Ci penseremo domani, ma domani è un giorno di festa. Ci aspetta Ortigia. Decidiamo di uscire a piedi e non è la scelta migliore. Arriviamo nell’isola e vaghiamo, tra caffè e cannoli. La cattedrale. Le visite guidate. Le foto ricordo.

E’ un tempo sospeso tra desiderio e realtà. Gli occhi osservano con meraviglia cose che non dimenticheranno. Siamo consapevoli che ogni istante trascorso è perduto, ci riproponiamo di tornare alla prima occasione. Ce lo ripetiamo come se facesse parte di un copione, alla prima occasione, ma non sarà così.
Qualcosa, dentro, mi dice di raccogliere ogni immagine, ogni volto, ogni sapore e tenerlo dentro fino a quando il tempo lo avrà sbiadito. Funziona così. Torniamo a casa, in quella che ormai è la nostra casa, nella nostra strada, sfiniti dal caldo e dal camminare.
Sotto casa c’è un negozietto di frutta e verdura. La padrona è gentile e simpatica. Carmelina è una cuoca fantastica. In casa c’è tutto, e noi laviamo, stiriamo, cuciniamo. Parliamo. Di sera, cerchiamo un posto dove bere qualcosa e lo troviamo a due passi, giù dal semaforo. Birra, patatine, whisky. Sì, è proprio un tempo sospeso tra le nostre vite, steso come un filo al quale appendiamo i nostri pensieri ad asciugare al sole di questa terra lontana eppure così domestica.
C’è un altro Re Lear da fare, mentre il Festival di Luciano va avanti. C’è una Bisbetica domata in vernacolo, in un piccolo teatro. Piccolo ma completo di tutto quello che serve. Quando arriviamo, scopriamo che possiamo anche giocare con le luci. Carmelina non si scompone: curerà gli intrecci delle registrazioni e anche le luci. “Tanto, sono solo bottoni”. Lei è così. “Compare, cominciamo!”, e si va in scena. Di nuovo, improvviso, il silenzio dentro, il desiderio di raccontare una storia, la nostra storia. L’abbiamo scritta io e Salvo.

Il secondo Re Lear ci piace di più, ci graffia dentro con più forza. Il teatro è masochismo, mi dico. Gli applausi del pubblico, i complimenti. Salvo è circondato, è felice. Io resto con il mio costume di scena, non ho voglia di cambiarmi. Ho perduto gli occhiali da lettura. Pazienza, non guarderò il telefono per qualche giorno. Luciano ci lascia sotto casa, anche lui ha una famiglia. Noi, però, continuiamo più giù, dopo il semaforo. Vogliamo continuare questa serata meravigliosa e appagante. Andiamo a bere qualcosa. Passiamo le ore a bere e a parlare di noi. Ci raccontiamo.
L’ultimo giorno si presenta indesiderato e traditore. Ci assale all’improvviso e ci costringe a uscire dalla nostra casa, a lasciare la nostra strada. Abbiamo salutato tutti la sera prima, andiamo via da soli, come siamo venuti. Guardo il piccolo negozietto di frutta e verdura, il caffè dove abbiamo fatto colazione ogni mattina e cerco di imprimerli nella mente. Salutiamo per l’ultima volta la tomba di Archimede di Siracusa. Siamo felici, stanchi e soddisfatti mentre riavvolgiamo il nastro del tempo e ci scorrono al contrario i paesaggi, il mare, il traghetto per Villa San Giovanni. La Puglia ci accoglie e ci annulla nel quotidiano. Non siamo più tre esploratori in cerca di emozioni, tre possibilità in cerca di realizzazione. Siamo di nuovo a casa. Siamo di nuovo noi.
Stasera va in scena Re Lear
Questo è il titolo completo dell’opera che tutti, ormai, chiamano semplicemente “Re Lear”.
Per chi volesse approfondire gli argomenti trattati al suo interno:


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