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Non ho niente da fare, oggi, e non ho voglia di far niente. Nel pomeriggio, dovrei passare a ritirare qualcosa in tintoria, ma si può fare più tardi, lo farò domani.
Ho preparato il caffè, con un pezzo di cioccolata fondente al posto dello zucchero, ho nascosto i piatti nella lavastoviglie e sono venuto a mettermi qui, sul divano. Tanto c’è la mia vicina, Ada. Lei viene tutte le mattine a rimettere in ordine la mia casa, è un accordo che va bene per entrambi, a lei serve qualche soldo in più, a me serve un aiuto. Io esco e lei entra, ogni santo giorno, questo è il nostro patto: non vuole impiccioni tra i piedi. Mi ha detto proprio così, e a me va bene.
Mi metto sul divano, di fronte alla stufa. Immobile e soddisfatto, come i gatti quando si crogiolano al sole, con la pancia piena. Questo posto è pieno di gatti, è il loro paradiso. Ce n’è di tutti i tipi e colori, raggruppati in bande. Ogni vicolo ha la sua banda di gatti.
Quasi di fronte a me, sulla parete che ho fatto rivestire di pietra, c’è la stufa che mi sono portato dal paese.
Dalla grande finestra alla mia sinistra, riesco a vedere la strada, fino a che non scompare tra i pini, nel buio di Piazza della Sirenetta, due isolati più in là. Da lì inizia il boschetto di querce, ne vedo la grande massa scura sul fondo.
Non c’è nessuno per strada, tutto è vuoto e fermo, solo il vento, che si insinua fischiando tra le fessure nei muri e nelle finestre di queste vecchie case, è vivo. La voce dello scirocco, in questo silenzio, come pure il canto delle cicale in estate, sono i veri abitanti di questo posto o, almeno, gli unici che ne conoscano ogni segreto. Insieme ai gatti.
Il telefono sta squillando, sul tavolo. Guardo, dubbioso, la distanza che ci separa e, intanto, spero che smetta di infastidirmi. Alla fine, decido di alzarmi e rispondere.
– Ce ne hai messo di tempo a rispondere! – dall’altra parte c’è Andrea, il mio agente.
– Stavo… – ma non mi lascia il tempo di finire.
– Stavi scrivendo un nuovo romanzo? Dimmi che è così, perché io e te di qualcosa dobbiamo pur vivere.
– Sì, sto sviluppando alcune idee per un nuovo romanzo. Sempre che qualcuno lo voglia.
– Devo crederti?
– Hai novità per me?
– Ottime e sostanziose! Io lavoro, al contrario di te che, scommetto, te ne stai sul divano, davanti alla stufa accesa e col caffè in mano.
La odio, quando fa così. Restiamo in silenzio per qualche secondo, poi sento la sua risata, mentre continua: – Ho appena raggiunto l’accordo per la pubblicazione del Passo a due. Manca solo la tua firma.
– Scusa, potrei sapere che tipo di accordo…
– Un accordo che non ti meriti, in realtà. Soldi rubati, credi a me. Però, hai la fortuna di avere me come agente e, quindi, puoi permetterti di mangiare a sbafo.
– Il mondo è un posto ingiusto – le dico, serio.
Lei ride: – Proprio così, un postaccio.
Restiamo d’accordo per vederci stasera, al bar del Moro, giù al porto. Beh, non c’è che dire, ho la serata piena. Sono contento, avevo proprio bisogno di un po’ di denaro. Torno sul divano e mi rimetto disteso, a crogiolarmi al tepore della Canazei, ascoltandone i rumori.
Sulla stufa di maiolica bianca e verde ho poggiato il vecchio orologio da tavolo di Alice, un vecchio carillon in legno e smalto. Sono quasi le cinque di pomeriggio ma lui continua a segnare le tre di un giorno qualunque. Quello è il giorno in cui Alice non ha più preso la piccola chiave, dal cassettino che fa da base all’orologio, e non gli ha più dato la carica, riavvolgendone la piccola molla a spirale, come ha fatto ogni giorno, per più di quarant’anni. Alle tre di un giorno qualunque, quelle lancette hanno smesso di girare, dopo aver rallentato piano, un po’ alla volta, fino ad esaurire ogni stilla di energia, come il vecchio cuore di Alice.
Ho trovato una sua vecchia fotografia in bianco e nero, in un cassetto del suo comò. Una ragazza d’altri tempi, ancora giovane e bella, in posa con l’abito della festa. Di tre quarti, la bocca atteggiata ad un leggero sorriso, la mano sinistra sollevata sotto il mento, in un gesto frivolo che non le apparteneva. “Guarda verso di me”, deve avergli detto il fotografo, e così lei mi guarda, da quella foto. Conosco bene quegli occhi.
Distolgo lo sguardo, oltre la finestra c’è il giardino, ci sono i tetti delle case, c’è il mare. Si è fatta già sera, in questo posto dimenticato da Dio. D’inverno, il sole tramonta presto sul versante adriatico; la palla infuocata che scompare lentamente all’orizzonte mentre tutto, intorno, si incendia e brucia in un rosso che sa di sangue, quella palla è sull’altro lato, sullo jonio. Oggi, però, è stata una giornata grigia di nuvole basse e vento umido di scirocco in tutto il Capo di Leuca. Ci sarà burrasca. E allora, meglio il manto scuro della notte.
Anche la grande quercia che protegge questa casa e le rose che amava Alice, nel giardino, si sta preparando alla burrasca in arrivo. Il vento è calato, di colpo tutto è fermo, anche l’aria è immobile, sospesa. Solo il mare, gonfio e lento, come un mi basso e sordo in uno spartito romantico, batte incessante le sue note sui muraglioni del porto. Sento il bisogno di uscire. Apro la porta finestra e faccio passi nel buio. Da questo spuntone di roccia, riesco a vedere tutto il borgo, le sue luci sono sparse qua e là. Scruto, in questo nero che si addensa lento e implacabile, le finestre delle case. La notte che arriva odora di pioggia e di timori antichi. Mi scalda il cuore la fioca luce che filtra da quelle finestre nell’aria umida e, diffondendosi in un alone giallastro, crea una realtà appena più sopportabile, quel tanto che mi basta per tirare avanti.
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