Incroci

Piccole storie di vite.

Luca

L’ultima volta che si erano incontrati, Luca l’aveva aspettata al tavolo del Caffè per tre quarti d’ora. Anche questa volta lei era in ritardo e. mentre i pensieri si affollavano nella sua mente e si chiedeva se era davvero pronto per quell’incontro, se non fosse invece il caso di alzarsi e tornare nell’ombra in cui si era nascosto per tutti questi anni, Luca cercava di controllare il respiro che, a tratti, prendeva a correre dietro ai ricordi fino ad affannarlo e a provocargli una leggera vertigine. Allora cercava di cancellare nella sua mente tutte le immagini e le parole e concentrarsi su quel momento. Era seduto di nuovo a quel tavolo, chissà se era proprio lo stesso; forse no, probabilmente gli somigliava, almeno così credeva, ma gli piaceva pensare che fosse lo stesso tavolo di quell’ultima volta, come se un semplice pensiero potesse cancellare d’improvviso tutti i giorni trascorsi, le ore e i minuti interminabili, gli anni.

In un angolo di Piazza Aldo Moro, il Caffè Greco era una macchia scura nel bianco accecante di quel pomeriggio d’estate. I suoi grandi ombrelloni stendevano sull’asfalto i loro quadrati di ombra a coprire il basolato consumato dal tempo e dagli uomini. Nel deserto immobile e muto di quell’ora indolente e assonnata, le note di un juke box si spargevano senza che nessuno fosse disposto a coglierle, non ancora. La frescura avrebbe portato i vacanzieri, più tardi e, con loro, la picola piazza si sarebbe riempita di colori e gente allegra e allora sì, avrebbero ballato. Non ancora.

Luca guardava un punto nel nulla, dritto davanti a sé, seduto a quell’ultimo tavolo, all’angolo tra la piazza e via Francesco Crispi, e aspettava. Era arrivato con molto anticipo, e prima era passato dal negozio di barbiere di Salvatore, nella vicina via Pisanelli, come faceva un tempo, quando gli piaceva sentirsi a posto, ben rasato e profumato nei suoi abiti di sartoria, quando tutto quello aveva un senso.

Si era fatto tagliare i capelli e la barba. Salvatore lo aveva riconosciuto subito ma si era limitato a salutarlo con un cenno del capo e a sorridergli. Si erano guardati così, per un attimo, poi Luca si era seduto nella poltrona e Salvatore aveva iniziato a tagliare i suoi capelli, in silenzio.

Aveva anche indossato uno di quegli abiti di sartoria che erano rimasti nell’armadio e che non metteva più da tanto. Ne aveva scelto uno blu, forse non più al passo coi tempi ma che lo faceva sembrare una persona normale, forse ancora piacevole. Il fisico reggeva ancora, nonostante i pasti occasionali, il poco sonno e l’alcol. Fumava ancora tanto, ma questo lo faceva anche prima, quando non sapeva ancora che tutto sarebbe finito, che i sogni sarebbero morti e non ce ne sarebbero stati altri.

Salvatore aveva finito il suo lavoro come sempre, con rapidità e professionalità. Luca si era guardato allo specchio e aveva sorriso piano. Anche le mani sembravano avergli dato una tregua e non tremavano più. Era uscito senza voltarsi indietro e Salvatore lo aveva lasciato andare senza dire niente, guardandolo sulla porta, fingendo che fosse normale, che si sarebbero rivisti il giorno dopo e avrebbero preso il caffè insieme, raccontandosi storie. Era tornato dentro il suo negozio e si era seduto sulla poltrona vuota, a guardare i ricordi galleggiare nello specchio di fronte.

Ciao – gli aveva detto una voce alle sue spalle. Luca si era preparato a lungo a quel momento, aveva cercato di immaginare il tono, forse anche lo sguardo di lei. A volte pensava al tempo trascorso e che aveva infierito su di lui. No, non era stato il tempo; il dolore, forse; la vergogna, quella sì. E poi i rimpianti, che erano arrivati lenti, a riempire i minuti vuoti di solitudine che erano diventati ore e poi giorni. Finché non erano rimasti soli a tenergli compagnia.

Ciao – era bastato quel trittongo veneto a rimettere a posto le lancette del suo tempo. Ora le avrebbe spiegato. Sì, sentiva le parole riempirgli la bocca, rapide. Le parole giuste. C’erano da recuperare silenzi lunghi e parole dette per far male. Aveva remato controcorrente, ributtandosi a capofitto nel passato, ed ora arrivato qui.

Ciao – Laura era ancora un’ombra dietro di lui. Luca si voltò, cercando il fiato che era diventato corto mentre il cuore aveva preso a battere all’impazzata. Poi, più niente.

Quel buio era arrivato all’improvviso, da un punto lontano, chissà dove in mezzo a quel grande bianco accecante di Piazza Aldo Moro. Lo aveva raggiunto in silenzio e lo stava facendo affogare in un vuoto denso. La voce di Laura si era spenta all’improvviso, si era spento il caldo di quell’ora indolente ed era iniziato quel nero freddo che stava cancellando gli ombrelloni. L’intera piazza, con i palazzi intorno e le vetrine e i tavolini del Caffè Greco precipitavano, insieme al sole e alle luci e a tutti i suoi ricordi, risucchiati senza pietà in un buco, nero, che si stava aprendo e che lentamente si allargava al centro di quell’ultima immagine raccolta nei suoi occhi. Il sapore del sangue nella gola fu il suo ultimo pensiero.



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