Ho preso l’abitudine di te.

Ho preso l’abitudine di te 
dietro le tende gonfie di una tramontana.
Io non ricordo quando,
quando mi hai parlato,
io dimentico,
ma a che serve ricordare
se ormai mi è caro
il tuo profumo
e il segno del tuo profilo
sensuale
e la tua eleganza di frontiera.
Che importa ricordare,
se so che prometti
ciò che non mantieni
e il tuo silenzio é
il mio inganno
e il mio passo
sui tuoi fianchi altissimi.
Che importa se cieco,
se posso dirti parole
ancora nostre,
se il profumo delle zagare
mi è di nuovo propizio
e il sonno continua a tardare!

Questo che leggete è il bozzetto iniziale, scritto senza badare alle sillabe né alle rime o ai versi, di una poesia. Da qui si comincia. E’ un lavoro meraviglioso, che ci fa fare pace con la lingua italiana e con le sue nascoste bellezze. A prescindere dal risultato finale e dalle scelte che lo determinano, è un percorso che consiglio a chiunque voglia riscoprire la musicalità e la bellezza della nostra meravigliosa lingua.

Questa poesia in particolare, è entrata a far parte di un racconto intitolato “E poi vennero i bambini…“. Da quel racconto è nato il progetto di uno spettacolo e la poesia è diventata una canzone, musicata dal Maestro Roberto Nuzzo.

Gli incroci sono tanti e i punti di arrivo sono, a volte, molto diversi dai punti di partenza.



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