Una volta, Marina mi disse che ricordiamo solo quello che non è mai accaduto. Sarebbe trascorsa un’infinità di tempo prima che potessi comprendere quelle parole. Ma è meglio che cominci dall’inizio, che in questo caso è la fine.
Nel maggio del 1980 sparii dal mondo per una settimana. Per sette giorni e sette notti nessuno seppe dov’ero finito. Amici, colleghi, insegnanti e persino la polizia si lanciarono alla ricerca di quel fuggiasco che alcuni credevano già morto, o smarrito nelle strade malfamate della città in preda a un attacco di amnesia.
Una settimana più tardi, un poliziotto in borghese credette di riconoscere quel ragazzo; la descrizione coincideva. Il sospetto vagava per la stazione Francia come un’anima in pena in una cattedrale fatta di nebbia e di ferro. L’agente mi si avvicinò con aria da romanzo poliziesco. Mi chiese se mi chiamavo Oscar Drai e se ero io il ragazzo scomparso senza lasciare tracce dal collegio in cui studiava. Annuii senza dire una parola. Ricordo solo il riflesso della volta della stazione sulle lenti dei suoi occhiali.
Ci sedemmo su una panchina lungo i binari. Il poliziotto si accese con calma una sigaretta e la lasciò bruciare senza portarsela alle labbra. Mi disse che c’era un mucchio di gente che mi stava aspettando per farmi un sacco di domande, per le qual mi conveniva avere buone risposte. Annuii di nuovo. Mi fissò negli occhi, studiandomi. “A volte, dire la verità non è una buona idea, Oscar.” Mi allungò qualche moneta e mi invitò a chiamare il mio tutore in collegio. Lo feci.
E’ probabilmente il più indefinibile e il più difficile da classificare dei tanti romanzi che ho scritto, e forse il più personale di tutti. Paradossalmente, la sua pubblicazione è quella che mi ha causato più dispiaceri. E’ sopravvissuto a dieci anni di edizioni pessime e spesso fraudolente che a volte, senza che io potessi fare granché per evitarlo, hanno confuso molti lettori tentando di spacciare il romanzo per quello che non era.
Carlos Ruiz Zafòn


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