È notte fonda.
Poco discosto dal ciglio di un lungo e tortuoso sentiero perduto nella campagna, lontano dalla città e dai suoi abitanti, c’è un grande cancello barocco, sostenuto da due splendide colonne di marmo bianco, finemente scolpite, che interrompono un alto muro di cinta che corre lungo il sentiero fino a perdersi nella nebbia. Sulle due metà del cancello troneggia uno stemma araldico, raffigurante un grande scudo d’oro e, all’interno, un drago fiammeggiante con le ali spiegate. Il cancello è chiuso da un sofisticato sistema di sicurezza elettromagnetico e presidiato da invisibili telecamere a infrarossi. Impedisce l’accesso ad un ampio viale ben curato, fiancheggiato da siepi, che taglia in due un meraviglioso e immenso parco e che conduce al castello. Tutti gli accessi laterali sono chiusi con gli stessi sistemi. I reparti di sicurezza pattugliano, dall’interno e dall’esterno, i cinquemila ettari del parco. Silenziosi e invisibili, droni armati volano nel cielo. Di giorno, la vista del castello, immerso nel parco è uno spettacolo entusiasmante, meta di migliaia di turisti e studiosi da ogni parte del mondo. Ma questa è una notte trista, che ammanta di desolazione uomini e cose, trasfigurandoli e spandendo ovunque un sentore di disfacimento e morte. Una nebbia densa e appiccicosa cola inesorabile su quelle pietre antiche e sui loro abitanti.
È la notte del Ballo del Plenilunio d’Inverno. Meravigliose e felici, cento selezionatissime coppie, coi volti nascosti da maschere d’oro, danzano, con perizia, un gioioso valzer nell’immenso salone illuminato a giorno. Le signore, completamente nude, indossano décolleté dai tacchi vertiginosi. Gli uomini, elegantissimi, sfoggiano frac da gran sera in cui i bianchissimi sparati sono chiusi da file di diamanti. Inondati di luce dai riflessi dorati, i loro volti nulla ricordano della vita, se non l’estasi di quel momento mentre, tra infinite colonne di marmo, stanno, discreti e pronti, i servitori dalla pelle nera, dallo sguardo fiero e dai nudi corpi scolpiti.
Poco lontano da quel chiassoso tripudio, in un salottino privato, nell’angolo più remoto del Castello, un uomo si sta versando del cognac in un bicchiere di cristallo. Ci troviamo nel punto più segreto e protetto di quest’imponente dimora, un luogo conosciuto solo a pochissime persone, tutte legate da indissolubili intrecci di sangue antico, a quell’uomo. La stanza, ottagonale, non è grande, anzi potremmo definirla piuttosto piccola, ma di eccezionale fattura. Una libreria di quercia, prodigiosamente scolpita da mani sapienti, la riveste completamente. Un lampadario di cristallo veneziano, al centro della stanza, spande intorno a sé una luce discreta e calda. Un grande camino di marmo nero è posto al centro della parete, antico come le pietre più antiche di quel Castello, scolpito a forma di bocca di drago spalancata e meravigliosamente decorato da infinite scaglie scintillanti, create nel marmo come fossero la pelle di un vero drago nascosto nell’ombra. Le dimensioni di quella bocca sono imponenti, e tali che un uomo potrebbe scomparire al suo interno senza difficoltà alcuna. Senz’altro, si tratta di un oggetto di eccezionale fattura, inquietante e attraente con i suoi enormi canini sporgenti, pare quasi posto nel centro in cui la vita stessa ha inizio e fine. O forse è più giusto dire che quel camino è esso stesso il centro di ogni cosa, visibile o invisibile, delle umane cose. Un fuoco eternamente vivo arde tra quelle fauci spaventose. In questa notte arcana e segreta, potrebbe davvero essere ciò che sembra, la porta dell’inferno.
Le altre pareti della stanza sono vuote di ogni decoro, bastando allo scopo sette meravigliose tele del rinascimento italiano. Sulla parete opposta al camino, davanti ad una splendente Madonna con Bambino del Botticelli, un piccolo tavolo dalla semplicità monacale funge da scrittoio, con una sedia dall’alto schienale. Ai lati del camino, illuminate dai bagliori delle fiamme, si fronteggiano due poltrone. Su una di queste, come una nota stonata in uno spartito, come una crepa, o più semplicemente come una persona costretta a stare dove non vorrebbe, siede un uomo dall’età indefinibile, dalla barba incolta e grigia, vestito di un lacero chitone. La sua presenza è un’offesa alla magnifica bellezza di quella stanza, eppure l’uomo sembra non curarsene minimamente. I suoi occhi, profondi e tristi, sono fissi sul suo ospite. Niente potrebbe dividerli più di quel momentaneo silenzio.
L’altro uomo è in piedi, ha circa trent’anni, scuro di capelli e dallo sguardo vuoto, perfettamente fasciato in un elegante frac nero tagliato su misura, porta stravaganti catene d’oro al collo, ingombranti anelli dagli strani disegni alle dita. Si è levato dal viso la maschera d’oro che lo nascondeva e ora beve il suo cognac a piccoli sorsi, assaporandone il gusto morbido e avvolgente. Guarda il suo ospite con la naturalezza del padrone ma, anche, con un certo timore. Non si lascia distrarre dall’aspetto trasandato del suo ospite: chiunque conosce quel luogo è persona in grado di determinare il destino degli uomini semplicemente con uno sguardo, per un capriccio. Poi sorride, nessuna creatura di questo mondo ha nelle proprie mani un potere paragonabile al suo, e questo lo rassicura.
Il suo nome è Giosuè, ma solo pochissime persone lo chiamano così, e mai in pubblico. Da tutti è conosciuto come Teodorico Maria Tancredi Guglielmo di Costantinopoli, ultimo discendente diretto dell’Imperatore Diocleziano. Il suo elenco di titoli e blasoni è tale che può far impallidire qualunque Re o Regina di queste umane terre, ed è destinato a divenire il Reggente dell’Antico Ordine del Drago Fiammeggiante o, come preferiscono riportare gli antichi testi, il Re del Mondo.
Una forza sconosciuta, un presentimento lo ha condotto in quella stanza, costringendolo ad abbandonare i suoi ospiti e l’allegria della festa. Sapeva che, ad attenderlo, nel buio, c’era qualcosa. O qualcuno. Per questo non si è stupito quando si è accorto di quella presenza. Ora, in piedi davanti al camino, mentre i diamanti che chiudono il suo sparato, tra i revers del frac, inondano la stanza di riflessi, è immerso nei suoi pensieri, lo sguardo perso tra le fiamme vicine, mentre sfoglia distrattamente una piccola guida turistica rilegata in pelle.
Una storia di Natale di Antonio Sparascio
Parte prima


Lascia un commento