l’ultimo sogno di pietro – parte seconda

Sai per quale motivo le guide turistiche sconsigliano di soggiornare due volte nello stesso posto? – chiede, più a sé stesso che all’ospite, fissando quelle lingue di fuoco scoppiettanti . L’altro continua ad osservarlo in silenzio. – Per evitare delusioni! Già, per evitare delusioni. Quant’è vero! – Poi si ricorda del suo ospite e si volta, lento, guardandolo di sottecchi. L’altro resta in silenzio, immobile, gli occhi tristi sempre fissi su di lui.

Quella che preferisco, – riprende, come tessendo le fila di un discorso interrotto, e mostrando all’ospite quell’opuscolo rilegato, – è la guida del ‘92, quella che aveva la copertina in pelle di non mi ricordo cosa… ad ogni modo, una pelle molto giovane. – Si ferma, aspettando il risultato di quell’affermazione, una risata, forse, ma il suo ospite è come impietrito, di fronte a lui. Perché mi guarda così, si chiede Giosuè, mentre un filo di inquietudine lo attraversa, come un brivido. Che fare? Meglio far finta di niente, si risponde, mentre fissa con gli occhi una piccolissima crepa nel legno del pavimento.

È una pelle molto difficile da procurare, non ti dico i fastidi! – riprende, – come se fosse colpa mia se gli animali di quelle tribù iniziano a tatuarsi così presto. La pelle tatuata non va bene! Ma quando è ancora vergine, per così dire, non sembra neppure pelle ma seta, quasi. – Le ultime parole sono quasi un sussurro, gli occhi fissi su quello strano personaggio che gli siede di fronte e che non vuole parlare. Muovesse un muscolo, almeno! Facesse una smorfia! – Bellissima guida, comunque!

Nella piccola stanza scivola un silenzio difficile, fatto di attese, di dubbi e sguardi. Nessuno dei due sembra aver qualcosa da dire ma, allora, che ci fanno lì, lontani dal clamore della grande festa? Perché se ne stanno muti, a osservarsi, cercando di trovare qualcosa, nell’altro, che spieghi il senso di quella presenza? Giosuè osserva le fiamme del camino come cercando le risposte, mentre l’uomo vestito di stracci continua a guardarlo con gli occhi tristi. Non risponde a quello sguardo, Giosuè, ma ne percepisce la tristezza, una tristezza infinita e potente, nuda e indifesa, eppure capace di fronteggiare le potenze più arcane. Per la prima volta, Giosuè prova imbarazzo, forse paura.
Paura di cosa, si chiede, cercando di dominarsi. Paura di un povero vecchio? No, non può essere. Poi, d’un tratto, come un colpo improvviso e violento, la domanda gli sale alla bocca e lì si ferma: Chi è, pensa, e come può trovarsi qui, nella mia stanza privata? Come ha fatto a superare i controlli della sicurezza? Quella paura improvvisa lo sopraffà. Non può che essere un pazzo venuto per farmi del male, riflette, mentre il sudore gli imperla la fronte. Cosa fare, come avvisare quegli incapaci della sicurezza senza che l’ospite, sicuramente un terrorista, se ne accorga? In questi casi, è buona cosa prendere tempo.

La realizza una società di Londra, – dice, spezzando il silenzio e indicando la guida turistica rilegata in pelle, che ha poggiato sul piccolo tavolo, – per un numero molto ristretto di soci.

L’ospite reagisce, guarda distrattamente la guida, mentre Giosuè parla – Queste poltrone, ad esempio, le ho fatte realizzare con la stessa pelle. Ma lo sai che ci vogliono quasi dieci cosi… scusa, proprio non mi riesce di ricordare il nome di quella tribù, per realizzare una di queste poltrone? Tutte cucite a mano.

Sì, belle poltrone… – risponde l’ospite, accorgendosi improvvisamente di essere seduto su una poltrona, in una stanza ottagonale, di fronte ad un uomo che conosce da sempre. Sfiora il bracciolo della poltrona con la mano e sorride dolcemente. Eppure, il suo sorriso è ancora lontano, un sorriso dolciastro che non porta allegria.

Ah, ora che ricordo, c’è una targhetta, proprio sotto il cuscino. Alzati un momento e leggi di che tribù si tratta. – insiste Giosuè.

Dove, qui sotto? – risponde l’ospite, alzandosi lentamente e sollevando il cuscino della poltrona. – Aspetta un momento, sai, la vista non è più quella di una volta. Ormai sono vecchio. – dice, tirando fuori dal chitone un paio di occhiali e cercando di leggere i piccoli caratteri della targhetta. – Dunque, realizzata interamente a mano da… guarda! C’è anche il nome dell’artigiano.

Te l’avevo detto che sono oggetti unici. Continua, leggi di che pelle si tratta. È scritto sotto. – incalza, impaziente, Giosuè.

Un momento, non avere fretta. Non sono più abituato a leggere, lo sai. – dice l’ospite, guardando Giosuè. – Dunque, finiture, telaio, rivestimento. Ecco, l’ho trovato! Rivestimento in pelle di… – e poi sorride, imbarazzato, guardando ora il cuscino, ora Giosuè, come per scusarsi. – Te l’ho detto che la vista non è più quella di una volta. Con questa luce, poi… pensa che avevo letto… – balbetta, cercando di illuminare meglio la piccola targhetta. Poi riabbassa gli occhi. – Oh, ecco! Adesso ci vedo bene. Allora, rivestimento esterno… oh, mio Dio! No, non è possibile! – grida le ultime parole, gettando via da sé il cuscino, inorridito. – È pelle umana!

– Sì, lo scrivono per darsi un tono, ma non è così, è pelle di coso… – risponde, impassibile, Giosuè. L’ospite lo guarda attonito, come se guardasse uno sconosciuto che, fino a pochi istanti prima, era una persona cara. Un lampo gli attraversa i pensieri: Non può essere! – Stai scherzando! – esclama, – Ma sì, stai scherzando! C’ero quasi cascato, eh sì, sono un ingenuo, lo sono sempre stato. Pensa, – dice rivolgendosi a Giosuè per convincersi che si tratti veramente di uno scherzo – pensa, stavo per credere che, veramente, queste poltrone fossero di pelle umana.

Ma che ti salta in mente! – gli risponde Giosuè. – Magari! In realtà è pelle di coso… sì, praticamente è pelle di una specie di scimmia. E poi lo sanno tutti che in mezzo alle foreste non ci sono uomini.

No?

No! Lo dice l’antropologia. – risponde Giosuè. – L’antropologia è una scienza, no? E la scienza non può sbagliare. Soprattutto, quando pago io! – e termina questo assurdo discorso con una risata. L’ospite resta in silenzio. Guarda la poltrona, poi Giosuè.

E secondo l’antropologia, cos’è che c’è, in quelle tribù in mezzo alle foreste? – replica, scettico.
Ah, ma sei duro di comprendonio. Scimmie!

Scimmie?

Scimmie, certo! – risponde divertito Giosuè. – Oddio, a guardarle, un po’ somigliano. Cioè, se le guardi da vicino, si vede subito che sono scimmie, questo lo so! Però, se le guardi da lontano, ti dicevo, senza fare caso al colore, un po’ somigliano.
L’altro si volta a guardare la poltrona, si china a riprendere il cuscino che aveva gettato lontano. Sorride, per scacciare un dubbio che si è insinuato tra i suoi pensieri, tra lui e quello strano personaggio che gli sta di fronte e che non riesce a capire.

Somigliano a chi? – chiede.

Ma a noi! – risponde Giosuè, come se di fronte avesse un bambino. – Però, poi si vede che sono scimmie.

E da cosa si vede? – ora l’ospite non sorride più.

Questa è facile! Vivono come le scimmie, si muovono come scimmie, sono scimmie, no? – dice Giosuè, quasi a giustificarsi. – Insomma, indossano quei ridicoli gonnellini, vivono nelle capanne! Cos’altro possono essere? Ma tu non hai mai visto un documentario del National Geographic?

No. Cos’è il National Geographic?
Giosuè rimane un po’ in silenzio. Certo, le risposte dell’ospite lo hanno un po’ tranquillizzato, non può essere un tipo pericoloso, sembra piuttosto uno stupido vagabondo vestito di stracci. E’ pure caduto nello scherzo delle poltrone di pelle umana! Uno così stupido non può essere pericoloso. Sì, ma come ha fatto uno stupido…

Senti, ma tu… di preciso, chi cazzo sei? – chiede a bruciapelo, guardandolo per la prima volta negli occhi.

Pietro! Sono Pietro, lo sai. – risponde l’ospite.


Una storia di Natale di Antonio Sparascio

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