PASSO A DUE

Romanzo di Antonio Sparascio

Giacomo e Irene sono i protagonisti di questo passo a due della vita, danzato sulle note di una melodia di accordi minori, in un battito lento del cuore, tra intrecci sensuali e lontananze improvvise.

Nella notte che li riunisce dopo più di venti anni, il destino concede loro di far scorrere il vecchio film dei ricordi, in una spiaggetta di mezzaluna. Incontri, parole, il desiderio di fare pace con sé stessi e con la vita, demoni in agguato tra i coni di luce dei fari di poche auto, sospesi tra passato e presente.

I demoni di Giacomo hanno un nome, Carlo. È il nome che ha dato alla malattia che adesso gli toglie i ricordi e che lui cerca di esorcizzare tenendo un diario dei propri rimpianti. Volti, voci, luoghi, quelli che restano, incompleti e sfocati, emergono dal suo passato e si riflettono negli occhi dell’amica, vivono un’ultima ribalta prima di scomparire.

Il demone di Irene è il principio di realtà, che le ha tolto i sogni e che ha il volto e il nome di una figlia, Alessandra, così simile a lei, eppure così incomprensibile da toglierle l’illusione di poter essere, almeno, una buona madre.

Mancano due giorni a Natale, è la notte di un ventitré di dicembre. Lo stesso cielo di stelle, lo stesso mare, placido e nero, ch’era riflesso negli occhi di Irene, alla Palascìa, un ventitré di dicembre di tanti anni prima.

Il rapporto con il mondo.

Ricordo n. 4 (pag. 95).

Naturalmente, è solo il punto di vista di un uomo, che io ho chiamato Giacomo, che troppo facilmente definiremmo un disadattato, uno che non è riuscito a trovare un posto comodo, non ha i contatti a posto, non riesce a inserirsi nel grande ingranaggio della vita (“saresti capace di inceppare l’intero ingranaggio”, dice Irene; “sarei fuori posto ovunque mi mettessero, anche a timbrare francobolli”, dice Giacomo). Ma attenzione a liquidare Giacomo come uno “sfigato”, a ridere di lui, perché nel silenzio delle nostre vite, dietro le tende del nostro vivere civile, quando restiamo soli, non ci assale la consapevolezza di un “altro” che potrebbe o avrebbe potuto essere? E cos’è questo desiderio strisciante di parlare, questo bisogno di tirare fuori qualcosa, se non la conferma di essere, più o meno, fuori posto, cos’è se non il desiderio di non arrendersi al principio di realtà?

L’incomunicabilità.

Ho fatto dire a Giacomo queste parole: “quando parlo, ho sempre l’impressione di non essere capito”. Anche questo accade a chi è fuori posto, a chi non dice mai la parola giusta, quella civile, quella che andrebbe detta e invece dice altro, e questo altro non trova posto nel prestampato delle nostre relazioni. Spiego l’idea del prestampato:

Giacomo parte dal presupposto, che nasce dal suo vedere la vita in maniera infantile, ossia pura, come un immenso universo fatto di piani di realtà paralleli e non sovrapponibili, che il nostro interesse per il mondo sia in realtà un disinteresse: “ciò che desideriamo conoscere dell’altro è sempre il nome, il lavoro svolto, se è sposato, quanti figli ha, dove vive… cose così”, dice Giacomo. Sono informazioni che non ci dicono niente della persona che abbiamo di fronte ma ci rassicurano, ci offrono un prestampato in cui inserire il mondo che ci circonda e con cui entriamo in contatto.

Ecco, questo è il prestampato in cui si inseriscono anche le frasi giuste, i comportamenti etici, le cose civili. Sembra tutto facile, quando le sinapsi funzionano, uguali per tutti. Ma quando, per un caso del destino, quei contatti non trovano corrispondenza, chissà perché, allora tutto è fuori posto, di un millimetro soltanto, ma è un millimetro che non ci fa incastrare nel grande meccanismo sociale.

I ricordi e i rimpianti.

Cos’è la vita se non un enorme contenitore di ricordi e di rimpianti? Cosa ci rende giovani o vecchi, a prescindere dall’età, se non la quantità di rimpianti che ci portiamo addosso? “I ricordi“, dice Giacomo, “stanno scomparendo, lentamente, un pezzo alla volta, solo i rimpianti restano vivi, nel buio“. Il suo rapporto con il mondo è un tempo passato: non guarda avanti, la vita che lo attraversa lo lascia meravigliato, impacciato. Il passato, con il suo essere definitivo, è il luogo delle sue riflessioni. Per questo, la linea temporale della sua esistenza è alterata; in essa, passato e futuro si confondono, Irene è sempre la ragazza conosciuta in una notte di pioggia e, allo stesso tempo, la madre di Alessandra. Quello che resta è un eterno presente nel quale confluisce ogni cosa.

La malattia e la morte.

Non è il male di vivere, è proprio l’incombenza della fine. Giacomo pensa che la morte e il suo approssimarsi rendano le persone finalmente vere, ne tirino fuori i limiti ma anche la bellezza. In un mondo che ha cancellato l’idea della morte, Giacomo rivendica il suo diritto ad essere mortale, consapevole e, soprattutto, ad avere un rapporto salvifico con la morte. Egli parla della morte come ne parlerebbe un bohemien, un maledetto: invidia i giovani dannati perché lasciano dietro di sé un ricordo doloroso che non si cancella. I predestinati, così li chiama Giacomo, bruciano in fretta la propria vita e, bruciando, trasfigurano. La morte li rende bellissimi, come i Santi e i Cristi nelle chiese. Lui ha chiamato la sua malattia Carlo, come il suo miglior amico di un tempo. La morte che teme non è quella fisica, Giacomo teme l’oblio. Per questo invidia i giovani dannati che ancora vivono nei suoi ricordi, perché qualcuno li ricorderà nel tempo, togliendoli da quell’oblio che è il destino al quale lui si sente legato. “Quando anche la rabbia più cieca diventa solo una leggera increspatura delle labbra, solo allora moriamo veramente.”

L’amore.

L’amore, per Giacomo è la vita. Marta, Gloria, Irene sono piani di realtà che, per lui, sono ugualmente importanti e non sovrapponibili, ma che nella realtà si sovrappongono; per un errore di valutazione, dice Giacomo. Ad ogni modo, l’amore è anch’esso un modo per prendere quel treno sul quale non ha mai avuto il coraggio di salire, restando su quella banchina della stazione di Tricase, a guardare attraverso i finestrini, le facce delle persone che arrivavano o partivano. “Quelle persone erano la mia vita e io le ho lasciate partire. Ho lasciato partire anche lei”, dice Giacomo riferendosi a Irene. “Se le avessi chiesto di restare, cosa sarebbe stato di noi?”


Ed ecco, qui sotto, l’origine di Passo a due: un atto unico teatrale pensato e scritto un anno prima: quello che trovate qui è la prima stesura di un monologo poi diventato dialogo. L’idea era quella di portare in scena il dramma di due persone che, come nel libro, si incontrano dopo venti anni e fanno i conti col tempo e coi ricordi, nello spazio di una mezzaluna di sabbia e ciottoli e nel tempo di una notte. L’idea era così piena di risorse che, piano piano, è diventata un libro.
Tuttavia, continuo a cercare un’attrice o una semplice appassionata di teatro (come me, del resto), per portarlo in scena. Contattatemi.
Sarà bellissimo!

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