Un uomo

Di lui mi piacevano l’aspetto elegante ed il portamento eretto. Capelli e baffi bianchi, tutti al loro posto, quasi a testimoniare le esperienze vissute fino ai suoi novantasei anni.

Del ventesimo secolo, ne aveva vissuto una buona parte, attraversando la fame, le guerre ed il consumismo dei nostri giorni. Un uomo saggio, grato e arrendevole nei confronti di una vita che volgeva al suo termine naturale. In alcuni frangenti, i ricordi gli affioravano, ora come delizia, ora come tormento. Mi raccontava di una guerra, già adesso sono cambiate anche le guerre. Prima si combatteva per vincerre un territorio, adesso si è vinti. Tutto incluso, come direbbe un’esclamazione inglese.

Quella sua figura serafica, io la conoscevo da sempre, abitava poco distante da casa mia. Una di quelle persone non ingombranti, ma neanche trasparenti. Come gli uomini di un tempo, indossava sempre l’abito, anche quando guidava il suo vespino, che diventava minuscolo sotto la sua figura. Raccontava di una parentela con mio padre, forse di terzo grado, ed anche in questo traspariva l’uomo capace di conservare il ricordo di fratellanze mai scordate. Nei nostri incontri, di carattere lavorativo, avveniva quell’alchimia nella quale il suo bisogno di sollievo fisico si confrontava con la mia figura che, per dinamiche lavorative, era costretta a sedere più in basso e lo fronteggiava. Forse era il tepore dell’acqua che cambiava il flusso e la forma dei suoi pensieri e lo faceva navigare in un dove lontano, eppure dietro l’angolo.

Parlava di una guerra e di una prigionia, ma anche di un nemico amico. In Grecia, una coppia di giovani sposi lo aveva nascosto, da disertore. Mi raccontava che, per un mese, era rimasto nascosto sotto il letto della coppia, a venti centimetri dai loro corpi. Lo avevano accolto nel loro nido d’amore, e il racconto si farciva degli umori e degli amori di quella casa. Poi, di colpo, la mente si distraeva dal cuore, gli occhi si impregnavano di un’angoscia senza fine. E mi confessava: “ogni giorno mi rivolgo al Signore ringraziandolo per avermi fatto incontrare quelle brave persone. E ogni giorno mi batto il petto e chiedo perdono perché sono consapevole di non essere capace di ripetere quel gesto di accoglienza.” La sua concitazione e costrizione erano tali e tante che le ricordo ancora vive.

Chissà se quella Morte che, dopo poco, è passata, ha trovato la porta aperta. Forse, offuscato nella mente, lui si era rifugiato nel conforto delle ragioni del suo cuore.