Un’anomalìa del sistema. Parte 2

Sono il numero BT534XD. Vivo in un’unità abitativa sul grande viale che collega la periferia della Città senza Nome con il centro. Lavoro presso la Sottosezione Archivista dell’Ufficio Anagrafico del Ministero dell’Amore, temporaneamente distaccato presso la Sottosezione Aree territoriali dell’Ufficio di Analisi Demografica. Guadagno circa duemila crediti all’anno, non ho interessi. Mi piace camminare di notte, perché nessuno mi guarda. A me non piace essere guardato, non mi piace la gente che mi passa accanto e mi osserva, da dietro gli occhiali o di sottecchi, no, non mi piace. Sono tutte spie, delatori. La città senza nome ne è piena, sono dappertutto e non aspettano altro che di denunciarti alle autorità per ottenere quei trenta crediti che spettano a chi denuncia un complottista. Io devo fare molta attenzione, camminare di notte non è permesso, di notte è pericoloso perché è il momento in cui i complottisti compiono i loro attentati. Io, però, so che non è così. L’ho scoperto camminando.

È cominciato tutto una sera di quasi tre mesi fa, che tornavo dal mio affidamento lavorativo temporaneo, duemilasettecento chilometri a nord dal centro della Città Senza Nome, a bordo del Superbullet Maglev 12, il sistema di trasporto a levitazione magnetica per operai e impiegati del livello 8, come me. Era stata una giornata come tutte le altre, eppure qualcosa non andava. Nella mia squadra eravamo in tre, oltre a me che sono il numero BT534XD, c’erano il numero BC235AZ e il numero DA935DE, una ragazza molto più giovane di me e piuttosto carina. Panmoufle, sì, insomma il numero BC235AZ, mi stava raccontando di come aveva appena ricevuto l’auto dei suoi sogni, una Volksyota ZZ Comfort Exclusive rossa fiammante. Gliel’avevano consegnata il giorno prima quelli dell’SGDG, con un bigliettino personalizzato e firmato dal Presidente del Triumvirato in persona. Io pensavo che è sempre così, per ogni cosa che viene consegnata c’è sempre un bigliettino personalizzato e firmato con il numero del Presidente del Triumvirato; mi chiedo perché, ogni volta, ci meravigliamo di trovare quel bigliettino. Anche questa storia dei numeri! Dicono che sia il sistema più efficiente per snellire la burocrazia: i nomi erano un sistema arcaico e pieno di difetti, troppe omonimie, difficoltà gestionali, inutilmente lunghi, e poi dovevano essere trasformati in sequenze alfa numeriche per essere gestiti dai sistemi informatici; tanto valeva sostituirli con i numeri: questa è efficienza. I numeri sono univoci, veloci e parlano la stessa lingua dei supercomputer. I numeri sono stati una grande conquista per il Sistema e vengono attribuiti alla nascita, insieme con i sieri dodecavalenti, tramite un chip alla base del collo che sostituisce i documenti di riconoscimento. Anche questa è stata una grande innovazione: documenti smarriti, dimenticati, tessere di tutti i tipi, moduli da compilare, autorizzazioni da richiedere. Adesso, invece, quando salgo sul Superbullet Maglev 12, il rilevatore riconosce il mio chip e automaticamente mi registra e scala il costo dell’abbonamento dal mio credito sociale, e lo stesso avviene per qualsiasi altra cosa, tu passi, ti registrano ed è finita. Quando sei in auto, il chip dialoga con il sistema di gestione remoto Googleforlife, ti riconosce, sblocca il sistema di protezione, regola i comandi, il sedile sulle tue posizioni preferite, accede alla tua playlist videofonica i e imposta il sistema di navigazione. Poi accende il motore a idrogeno e via! Devi solo rilassarti e ricordarti di scendere, una volta a destinazione. Dicono che il Mondo Civile abbia risparmiato l’equivalente di duecento miliardi di crediti l’anno, semplicemente impiantando i chip alla base del collo .

Prima, agli inizi, i chip venivano impiantati nel braccio ma si è subito rivelato poco pratico, perché i droni di controllo non riuscivano a leggere sotto gli indumenti, soprattutto d’inverno. Così sono passati al chip alla base del collo. Adesso i droni di controllo riescono a leggere un chip anche a mille metri di distanza ed ho sentito dire che riescono a leggerne anche un milione al secondo, ma questo solo da quando la gestione dei dati è affidata ai supercomputer quantici. Prima sarebbe stato impossibile, coi vecchi sistemi informatici. Ora, l’intera vita all’interno del Mondo Civile è regolata e gestita dai supercomputer quantici. Adesso, se entro in un bar, il drone più vicino invia l’informazione al Centro di Controllo e questa viene elaborata da un supercomputer che la confronta con le altre informazioni sui miei gusti, le mie preferenze e le mie abitudini e, contemporaneamente, fa la stessa cosa per milioni di persone. Io non devo neanche ordinare qualcosa, mi siedo soltanto, al bancone o ad un tavolino, e dopo appena un minuto, un carrello automatico della serie I-Mac Donald World Advanced mi porta la mia birra preferita insieme al mio Big Syntetic Extra-filled e alle mie patate Real-Like. A me piacciono perché sono le mie preferite. Sono le mie preferite perché non può che essere così, il sistema non può sbagliare. Non c’è personale umano, così come in qualunque altra attività ricreativa. Tutto viene gestito dal sistema di controllo remoto. Questo menù, al prezzo di sette crediti e cinquanta meno lo sconto Customer B2, mi dà diritto a trentacinque minuti di permanenza, dopo devo uscire perché il rendimento finanziario del tavolo che occupo non può scendere sotto i dieci punti base. I crediti mi vengono sottratti direttamente dal carrello automatico I-Mac Donald World Advanced collegato con l’elaboratore quantico della Sezione Riscossione Crediti e Debiti dell’Agenzia governativa del Benessere collettivo. Posso uscire senza neppure salutare, il saluto non è quantificato in crediti, e non ha alcun valore. Per questo, nessuno saluta.

Insomma, Panmoufle mi raccontava della sua nuova auto. Panmoufle è un nomignolo che gli ho dato io, così, senza motivo, mi sembrava divertente. Facciamo sempre così, tra di noi, chiamarci per numero è troppo complicato, così ci diamo dei nomignoli di nascosto dal Sistema, anche se credo che quelli lo sappiano e lascino correre. In fondo, non facciamo niente di male. Io guardavo Betty Boop, l’operaio DA935DE, e cercavo di ricordare quando avessi visto quel viso e dove. E qui veniamo al mio problema: soffro di paramnesia: sono sicuro di aver già visto e conosciuto Betty Boop, ma non so dire né quando né dove. È un gioco della mia mente, sono immagini deliranti, allucinazioni della memoria, insomma. Anche i nomignoli che dò alla gente, sono sicuro che non siano casuali, credo di averli letti da qualche parte o che significhino qualcosa; Betty Boop, ad esempio, non vuol dire nulla eppure io sono convinto di sì, e penso che sia qualcosa di importante che non riesco a ricordare. Il problema è che quel qualcosa non esiste, non è mai esistito. Come lo so? Non lo so, ma credo che se non fosse così, qualcun altro lo ricorderebbe, non credete? Per questo mi stanno curando.

Quella sera, dopo il turno di lavoro e dopo quello scocciatore di Panmoufle, non avevo voglia di tornare subito a casa, anche se era quasi l’ora del coprifuoco. Se ci avessi pensato, non l’avrei mai fatto, di solito non amo fare l’eroe, anche perché non ci si guadagna niente, il fatto è che non ci ho pensato: uscito dalla grande stazione dei Maglev della serie 12, anziché proseguire dritto all’incrocio che, dal Viale Greta Thumberg porta alla Stazione sotterranea dove prendo il 22/ per andare a casa, ho svoltato a sinistra, lungo la Passeggiata Carola Rackete, il boulevard coi grandi salici e le vetrine ad Augmented Reality delle multinazionali del Fashion. La Passeggiata Rackete è un’esplosione di luci e di rilevatori, droni e ogni altro sistema di controllo, per cui ho dovuto svoltare, appena possibile, per una traversa poco frequentata. È incredibile come basti svoltare in una traversa per entrare in un mondo completamente diverso: dalle luci e dalle vetrine AR, dalle signore della Classe Dirigente, con i loro Crediti Golden o addirittura Platinum Aeternum, e le loro pellicce di vero animale da più di cinquemila crediti, i profumi da duecento crediti e gli abiti da almeno mille crediti, si passa ad una silenziosa e buia via di collegamento, delimitata dagli uffici secondari delle grandi multinazionali del Centro Finanziario, pochi alberi, quasi nessuno, per via dei droni di controllo, poca gente, l’aria triste di chi sa di essere a due passi dall’euforia ma di non poterne far parte.

Passeggiavo senza pensare a niente, semplicemente non sapevo dove andare e questo mi provocava una strana euforia. In fondo alla via intravedevo il campanile di una chiesa, chissà quale poteva essere, così decisi di andarci, questo mi avrebbe dato una scusa pronta se qualcuno mi avesse fermato. C’era ancora molta strada da percorrere ed era già buio, le luci dei lampioni ai lati erano appena sufficienti a illuminare malamente la via. Presi a camminare sotto gli alberi e vicino alle case, cercando di ingannare i droni di controllo, poi pensai che era impossibile nascondersi e che, anzi, un atteggiamento così schivo avrebbe dato certo nell’occhio. Così mi spostai al centro della via deserta e iniziai a godermi la passeggiata. Guardavo a destra e a sinistra, le finestre degli uffici che via via si spegnevano, finché iniziarono le palazzine adibite ad unità abitative. Vedevo le luci che si accendevano nelle stanze del soggiorno, sentivo lontano il vociare dei teleschermi accesi che, a quell’ora, davano senz’altro programmi di intrattenimento leggero. Improvvisamente mi sentii invadere dalla disperazione: ero solo! Ero sempre stato solo, esattamente come tutti. Immaginai i gesti ripetitivi con i quali quella gente dietro le finestre si stava preparando la cena, aprire il cassetto, prendere la pentola media, versarci dentro il preparato per cena, un misto di carne, verdure e patate, aggiungere acqua e sale quanto basta, lasciare cuocere per otto minuti. Intanto preparare piatto, posate, birra. Io bevo birra. Mi sembrava di sentire il profumo di quella zuppa. Quante volte l’avevo preparata, senza pensare a niente ma, quella sera, quei gesti sempre uguali, quegli odori, visti da fuori, dalla strada, mi apparvero penosi. Mi accorsi che stavo piangendo. Pensai a come poteva sembrare penosa la mia condizione ad un altro me che fosse passato, una sera qualunque, per il grande viale che collega la periferia est al centro e, distrattamente, avesse guardato la luce dietro la tendina della finestra della mia unità abitativa, osservato i miei gesti, immaginato il mio volto.

Ero in preda all’angoscia: qualcosa di indefinito si stava facendo largo dentro di me. Possibile che fosse sempre stato così? Che senso aveva una vita vissuta in quel modo? Domande, domande alle quali non sapevo rispondere, domande che non mi ero mai fatto. Cercai di non pensare, mi obbligai a guardare quel mondo penoso come se non mi appartenesse, con la curiosità di uno studioso. Presi come oggetto delle mie osservazioni una finestra al primo piano di una palazzina di cui non riuscivo a indovinare il colore. C’era una tendina scostata, avrei detto a quadretti, e si intravedeva un pezzo di mobilio, forse una cucina. Sul vetro della finestra si riflettevano le immagini del grande teleschermo, riconobbi il programma: si tratta di indovinare quante biglie colorate contiene un grande vaso trasparente. Bisogna chiamare da casa per dare una risposta ma nessuno ha mai indovinato. Nel frattempo, la conduttrice invita ospiti simpatici e bravissimi che parlano della loro vita, a volte triste, a volte da favola. È un programma seguitissimo. Io non ho mai provato a chiamare, anche se c’è un bonus di dieci crediti per ogni chiamata. Si possono fare al massimo cinque chiamate, però, dopo il sistema di controllo blocca il numero e detrae cento crediti di multa per ingordigia. Cercai di indovinare chi potesse abitare in quell’unità abitativa: un uomo avrebbe messo una tendina a quadretti alla finestra? Forse una donna avrebbe preferito qualcosa di più colorato, magari floreale. Chissà che tendine avrebbe utilizzato un queer, un intersex, un genderfluid. E io, che tendine avrei usato io? Pensai alla finestra di casa mia: se avessi deciso, così, per gioco, di mettere delle tendine a fiori, sarei stato scambiato per una donna da un altro me osservante? E se le avessi trovate già lì, magari glitterate, come mi avrebbe immaginato quell’altro me? Mi venne da ridere, avevo superato l’angoscia che mi aveva assalito. Mi piaceva passeggiare così, a mano a mano che trascorreva il tempo e la notte avanzava, a mano a mano che acquistavo la sicurezza che l’avrei fatta franca, che nessuno mi avrebbe creato problemi per quella uscita notturna. Scoprii che guardare le finestre delle case, di notte, quando lasciano intravedere la vita che nascondono, mi provocava domande, faceva nascere pensieri che non avrei mai fatto diversamente ma, soprattutto, fantasticavo. Immaginavo vite, pensieri di altri, volti, storie tormentate o felici e, ad un certo punto, capii. Capii perché era proibito passeggiare di notte: non era perché i complottisti avrebbero potuto farmi del male, non c’era un solo complottista in giro. No, era perché passeggiare di notte fa nascere i pensieri, stimola la fantasia e, come avrei scoperto dopo, i desideri, quelli che i droni e i sistemi di controllo non riescono a cogliere.

Ero ebbro di una felicità fino ad allora sconosciuta ma decisi di tornare a casa: non era saggio eccedere, in fondo non ero pratico di passeggiate, né tantomeno di felicità. Per quella sera doveva bastarmi.