Il sole di ogni giorno (pt. II)

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Dunque, presi il mio sofficissimo asciugamano.

Mi dicono di dire così.

Anzi, a dirla tutta mi dicono di dire che il mio asciugamano non è fatto in semplice fibra di cotone, ma pensato e cucito da veri e propri guru del benessere, filato direttamente dalla tela della dea Atena, questo asciugamano, è la quintessenza della morbidezza, tanto che si potrebbe provare l’indimenticabile esperienza di asciugarsi, accarezzando la propria pelle, e poi, beatamente addormentarsi come un neonato, poiché nessuno sa resistere al soffice abbraccio di questa dolce trama che riconosce il PH del tuo corpo e lo rispetta come si rispetterebbe l’ultima donna incinta sulla faccia della terra. Una volta afferrato quell’ammasso di cuciture e inutili ghirigori, che dopo soli due lavaggi si trasforma in un foglio di cartavetrata, ottima per qualche lavoro di falegnameria o, probabilmente, buona per lucidare il carburatore di una moto del ’56, talmente ruvido che neanche un africano sarebbe capace di chiamarlo “asciugamano”, preferendo asciugarsi con un ordito di paglia e foglie di banano, lo misi sopra il vano della doccia.

È un gesto che faccio fin da ragazzino. Lo faccio perché questa è una delle mie ossessioni. La doccia è come un utero materno e io non sopporto l’idea di dovermi allungare col braccio per arrivare all’asciugamano che, solitamente, è appeso a quei gancetti di plastica o finto metallo, che quando, per un colpo di fortuna arrivi finalmente ad afferrarlo, sei costretto a cominciare una guerra col tessuto bastardo, dando il via ad una serie di strattoni con il braccio o di frustate con il polso, tanto che tutto il tepore materno lascia lo spazio all’irritabilità, allo stress e al malessere. La doccia è uno dei pochi momenti in cui ritorniamo in quella dimensione consapevole di essere vivi, ma non ancora nati… e rovinarla così, per un accessorio del cazzo, è da veri idioti. Siamo pieni di accessori che remano contro di noi. Pieni, maledizione, come il mare è pieno di ossigeno.

Senza andare troppo lontani, prendiamo lo stesso gancio per appendere asciugamani e accappatoi. Avete notato che quando li appendete in un momento normale, un momento in cui non siete nella doccia, non riescono a stare su!? Non riescono, punto e basta. Il gancio non fa il suo lavoro. Tu sei lì che lo appendi e appena ti volti, “flush”, quello cade. Allora lo riprendi e cerchi di appenderlo creando un po’ più di spessore, aiutandoti con il tessuto, attorcigliandolo, avvolgendolo, ma appena lo appendi, “flush”, il bastardo ti cade sotto il naso, talmente velenoso che riusciresti a scorgerne il ghigno, se solo avessimo occhi svegli per vederlo! E quindi la storia è tutta qui? Davvero non c’è nulla di nuovo? La nostra vita è scandita da questo ticchettio malsano? Cazzo, volete dirmi che quando sono in piedi, perfettamente asciutto e vestito, il gancio non è in grado di mantenere un banale pezzo di cotone, e quando sono bagnato dalla testa ai piedi, nella doccia, uno dei pochi momenti in cui il nostro corpo è strettamente connesso al respiro dell’universo, con mille manovre e parabole di polsi e braccia e colpi di reni che farebbero impallidire il più abile dei pugili, quel pezzo di merda non si stacca dal fottuto gancio in plastica o finto metallo? Cos’è, uno scherzo!? Sembra quasi che, geloso del furto, anche il gancio vorrebbe godere di quell’abbraccio primordiale e, per un eccesso di invidia, non voglia lasciare andare l’unico elemento che lo abbia mai accarezzato in tutta la sua esistenza… l’asciugamano. E il gancio non fa distinzioni estetiche o qualitative. Per lui non fa differenza se l’accappatoio che ospita sia di flanella-alcantara-ciniglia-morbidezza estrema oppure di sudicia cartavetrata… lui lo accoglie lo stesso. Se tutto questo fosse vero, se un gancio fosse veramente in grado di provare tutto questo, dalla carezza del tessuto, alla gelosia invidiosa della gente che ne ruba l’oggetto d’amore… allora, noi tutti, non abbiamo più scuse: siamo esseri orribili e disgustosi.

Ma torniamo alla doccia. Perché anche noi siamo creature che bramano amore e affetto in ogni modo possibile…

(Continua…)

D – D